Cristiana Morro...'s profileWindows Live Spaces di c...PhotosBlogListsMore Tools Help

Cristiana Morroni

Occupation
There are no photo albums.
No list items have been added yet.

Windows Live Spaces di cristiana

August 26

Ugo

Ne avevo trascorso di tempo solasola, come se qualcuno avesse rotto il meccanismo sociale di apparenza, distanza, contatto. Ecco a volte come accadono le cose. Accadono e non le vedi, non le senti, è davvero difficile persino credere che siano accadute, eppure è così. Mi ritrovavo ebete a guardare quel soffitto, scena vista e rivista di un copione recitato da molte star di Hollywood ma non per questo adatto a una come me. Ma ero lì, poco ci potevo fare per cambiare le cose. Il vento accarezzava le chiome degli alberi che intravedevo dalla finestra filtrati da una sottile tenda bianca di garza e il sole se ne stava andando per i fatti suoi, come tutte le mattina da quando sono nata. Ma tutto era diverso, anche se capisco che raccontarlo così, di getto, non rende l’idea. Forse sbaglio anche il linguaggio, dovrei essere, come dire, più rappresa, contrita, dolorante, ma così sta venendo fuori e figuriamoci se sono in grado di incanalarlo come vorrei, prende il via e corre, come fosse in discesa, come avesse fretta di mostrarsi, una urgenza impellente (si dice? Mha! Tanto ho già scritto solasola che non si dovrebbe) di spalmarsi sul foglio e chiudere l’esperienza. E’ così che accade, dopo la spalmata pare tutto riacquietarsi, trovare pace. Nel frattempo mi sono chiesta più volte se questo soffitto, fatto a travoni, come quelli di una volta per intenderci, sarebbe stato meglio pitturarlo di bianco piuttosto che lasciarlo così, colore del legno, che fa un bell’effetto però incupisce. Se magari avessero pensato ad un pavimento diverso, invece anche il cotto è scuro, consumato e, pur essendo molto “da atmosfera” mi stona, avrei forse preferito delle piastrelle maculate, oppure un bel gioco alla Escher, una bella composizione di piastrelle poliedriche contornate da distorsioni geometriche, dove perdersi tra scale che salgono al contrario e quelle che scendono salendo. Bella metafora della vita, sempre scale, ovunque. Come al solito divago e non arrivo al punto. Uno dei miei lettori preferiti mi dice che non so raccontare, per cui m’esercito alla Queneau. Pomeriggio infame, ieri, di quelli che non passano mai, forse perché avevo accettato un invito (meglio dire provocato in tutti i modi possibili) tanto da non poterlo declinare e a dire il vero la tensione aveva preso il sopravvento e la solita voglia di scappare prima di provare s’era insidiata nella mia testa, tanto da consigliarmi di inventare una qualche sorta di malattia improvvisa per svicolare con classe. Non sapevo cosa indossare, insomma tutta quella serie di problematiche femminilisteriche che ormai nell’epoca del blog (devastazione assoluta di ogni forma possibile di privacy) tutti conoscono. Anche i maschietti. Poi ci vuoi fare i conti con l’età che avanza, la bocca che richiede uno sforzo inimmaginabile per sembrare sorridente e non pendolante sotto il peso delle rughe che, pur sostenendo, di grande charme, gravano sull’espressività. Insomma, dopo aver dedicato una mezzora alla lettura dei mille consigli per non invecchiare mi sono decisa. Ho sfoderato dall’armadio gonna attillata, camicetta scollata e tacchi vertiginosi, perdendo tempo sulla biancheria intima adatta. Non che avessi fatto programmi di sorta, figuriamoci, solo della serie “non si sa mai!”. Per cui la scelta era caduta su una canottiera trasparente color sanguigna, corredata da pizzo rosa con tanto di fiorellino di raso (a fare da contorno alla scollatura) e completino intimo in pendant. Il trucco serioso, capelli tirati all’indietro con qualche ciuffo ribelle opportunamente domato dalla lacca a lunga tenuta e, per continuare nella filosofia adottata per la serata, occhiale da vista alla moda, tipo professoressa in cerca di emozione, fuori età ma non troppo (con garanzia di esperienza pluriennale conclamata). Poi lui. Ovviamente conosciuto in una chat per cuori solitari, alto, moro, fisico snello, età giusta, logicamente colto e molto interessante. Per quanto riguarda le caratteristiche generali, c’era una sua foto di “appena” qualche anno prima che mi dava conforto, per il resto mi ero affidata all’intuito. E qui stendo un velo pietoso. Non per anticipare l’esito della mia serata, ma perché quanto a intuito sono veramente una zappa. Il risultato allo specchio lungo, persino in quello dell’ascensore al neon, non mi pareva malaccio a dirla tutta, però non si può mai dire, incerta come sono anche dell’evidenza. Per farla breve mi aspetta a Trastevere per l’aperitivo, poi, nel programma, pizza (e già avevo storto il naso) e filmetto. Proprio così, ha detto filmetto. Ho lasciato che svanissero i brividi e facendo finta di niente glissato eterea sulla definizione di filmetto, concentrandomi sulle altre qualità che, a furia di ripetermele, avevo ormai imparato a memoria.
Lo vedo e devo confessare a me stessa che è bellissimo. Fisico atletico, occhi scuri che pare un gatto, sorriso luminoso ed è anche puntuale. Inizio a preoccuparmi. Che sia la mia serata fortunata? Riecheggia nelle orecchie “filmetto” così m’infilo un dito in un orecchio, come quando fischiano, e mi minaccio da sola. Si diventa intolleranti col passare degli anni, ma visto che erano passati (gli anni) meglio farla finita pure di tirarsela a quel modo a meno di non essere disposta a subirne tutte le conseguenze. Mi abbraccia ardentemente (fantastico l’avverbio qui!) così mi convinco che la prova specchio dell’ascensore è quella giusta e mentre lo penso la sua mano mi finisce sul sedere, cosa che non mi garba nemmeno un po’. Forse perché non amo gli uomini troppo sfacciati, troppo sicuri, troppo pieni di sé, e lui è tutto questo e anche molto di più. Prendiamo un aperitivo dopo un velocissimo escursus sul piacere che gli da la mia compagnia, inizia col parlarmi della sua vita, meglio delle altre donne della sua vita. Dopo circa un’ora siamo ancora alla lettera a, cioè mi ha già raccontato di come ha sedotto Adelaide, Alessia, Alma, Anastasia, Annalisa, Atonia, Assunta, Azzurra, Adele, Alda, Amalia e persino Ascenza. Ecco lei mi ha dato un brivido, Ascenza, e se mia madre mi avesse chiamata così? Rificco il dito nell’orecchio e cerco di godermi la tiepida serata romana, piacevolissima come solo questa città sa offrirne, distraendomi di tanto in tanto con i passanti, mentre lui continua imperterrito. Ad un centro punto rischio il tutto per tutto e lo interrompo arrivati più o meno ad Adriana. “Certo devi essere proprio un tombeur de femme!” gli dico, lui ovviamente non capisce il francese e parte con le prestazioni sado-maso di Alice (anche quelle sistemate in perfetto ordine alfabetico, dovevo farmi venire il dubbio di aver incontrato un maniaco dell’abecedario). A quel punto entro nel panico, per arrivare alla zeta mancheranno minimo quattrocento poverette che non sapranno mai di aver fatto parte di questa oscena bacheca e io sono già sull’orlo di una crisi di nervi. Ma lui mi stupisce (adoro essere stupita dagli uomini) chiedendomi all’improvviso: “E tu? Che mi racconti tu?” io provo a dire “No, ma…” e interrompendomi, da galantuomo quale si è dimostrato, ricomincia con la prima della lettera B, e più precisamente tale Barbara di novanta chili e impensata quanto imprevista agilità nel farlo in macchina, col brivido finale “Indovina quale macchina?” e io lì sempre più impacciata “Ehm…”, “Dai tanto non indovinerai mai” m’incalza “Una PANDAAAAAAAAAAAAAA” grida e ride come un pazzo. Mi viene voglia di andare a casa, la sto coltivando da quando sono arrivata a dire il vero, poi però mi trattengo, possibile che sia diventata misantropa a tal punto? Ero venuta per sfogarmi un po’, dico piacevolmente, insomma un sano erotismo anti stress e fisicamente il tipo potrebbe pure andare, ma dovrei riuscire a farlo stare zitto. Altrimenti mi passa la voglia e potrei pensare seriamente alla possibilità di continuare a coltivare il mio adorato autoerotismo che mi da comunque tanta soddisfazione (non si dovrebbe dire, lo so). Comunque cambio tattica e inizio a bere seriamente, in onore al detto “ogni lasciata è persa” (che fa un po’ maschio lo so, ma tanto ormai con le pari opportunità posso anche permettermelo. Finisce così a schifìo, io che rido per ogni stronzata che esce dalla sua bocca e lui che man mano passano le ore si gonfia come un fagiano in calore. Fatalità ha anche le chiavi di casa di un suo amico che è partito per un lungo viaggio, così saliamo dopo la squallida capricciosa e le terribili battute che continua a fare il mio adorato ospite. Ringrazio Bacco e cerco di spassarmela un po’ con la speranza che, almeno a letto, sia decente senza aspettarmi troppo.
Entriamo in casa e appena chiusa la porta mi sbatte contro il muro, stile nove settimane e mezzo, infilandomi le mani sotto la gonna e con la bocca spalancata contro la mia. Incontro la sua lingua e inizio a stuzzicarla un po’, l’ho sempre trattata (dico la lingua) come uno splendido cazzo, mi piace accarezzarla con la mia, come se gli stessi facendo un pompino. Sotto i fumi dell’alcol mi lascio andare e inizio a succhiargliela con passione mentre lui esplora sotto i miei vestiti con una mano e l’altra mi ha afferrato i polsi e mi tiene le braccia in alto. Adoro essere presa così, mi fa impazzire sentirmi immobilizzata per cui rinforzo la passione in un bacio da mozzare il fiato poi gli infilo un ginocchio tra le gambe e gli strofino delicatamente i coglioni. Mugugna qualcosa, con la mano libera mi mette giù la gamba e mi sbatte il suo sesso duro sullo stomaco. Posso sentirlo tutto, robusto e massiccio mi fa venire voglia di succhiarlo. Glielo dico, così mi lascia i polsi e io inizio a scivolare lungo il muro leccandogli il mento, il collo, la camicia ancora abbottonata, il bozzo da sopra i pantaloni. Ogni volta che ci passo la lingua aperta e vogliosa, quello, il suo cazzo, ha come un sussulto, s’impenna,s’inarca, sembra di granito. Sbottono cinta e pantaloni poi ci infilo il muso dentro prima di lasciarli cadere sui suoi piedi, il suo profumo è buono, sorprendente, mai avrei immaginato un epilogo di questa portata, con i denti gli tiro giù i boxer, scivolando ora col naso sulla sua pelle, il pube, i peli del sesso fino a sfiorarlo con le labbra, poi riprendo a leccarlo, questa volta pelle a pelle, ci strofino le guance poi lo riprendo in bocca, tutto giù fino alla gola, fino a togliermi il respiro, fino a non poterne più. Lui guaisce, si lamenta, sibila e a me viene voglia di farlo urlare. Così m’infilo sotto le cosce, gli lecco le palle tonde e piene, le titillo con la punta della lingua, come fanno con i capezzoli, le mordicchio mentre con la mano continuo ad accarezzarlo. Sta per scoppiare, lo sento, ma io voglio giocare ancora. Allora mi alzo e inizio a spogliarmi. Al quarto bottone della camicetta, sono otto, mi salta addosso, sbatte sul letto, strappa tutto, camicia canottiera trasparente e reggiseno e inizia a leccarmi divinamente i capezzoli, mentre un dito lo mette dentro la fica esplorandola come una caverna oscura. Gli piace e si sente, questa cosa mi riempie d’orgoglio, così arrotolo la gonna sulla vita e gli spalanco le cosce davanti ondeggiando il bacino, su e giù, su e giù, come fossi un’onda, lo invito a bagnarsi nel mio mare. Ondeggio lentamente sulle sue mani aperte, ci strofino il sesso umido e aperto, lui gioca con le dita e io scelgo quello che più mi piace. Poi faccio più ampio il movimento, il suo viso vicino per guardare, lo lascio fare, fino a che mi viene voglia di spalmarmi sulla sua bocca. Mentre mi disperdo sulle sue labbra la apre e inizia a leccarmi tutta. E non smette, e mi fa urlare di piacere. Infilo le unghie sul letto mentre lo sento entrare, il cazzo duro si fa spazio tra le mie labbra e poi inizia a sbattermi con violenza, come un maschio. Vengo travolta dal suo corpo che pare opposto al mio, invece s’infila dentro tutto con una violenza tale da farmi perdere i sensi. Violenza e dolcezza, alterna forza e delicatezza e io impazzisco. Godo ancora. Lui se ne accorge e non smette, s’infila nelle mie contrazioni e si lascia succhiare dal mio ventre fuori controllo. Poi mi gira e mi prende da dietro, il culo aperto pronto come se avesse saputo cosa lo aspettava, lui fatica, spinge, borbotta poi resta lì. Minuti che sembrano tempo infinito, io che non smetto di godere, ansimo, rido. Riprende le forze e lo sento gonfiarsi tutto che sembra scoppiare, e spinge, spinge ed esce, spinge ed entra, fino a schizzarmi tutta, inondata dal suo mare caldo. Mi resta addosso, infranto, io sotto, beata.
Devono essere trascorsi almeno dieci minuti quando riesce a scostarsi da me per crollare nuovamente sul letto questa volta a pancia in su. Io sono ancora supina, quasi addormentata. Giro la testa verso di lui, gli occhi dolci dell’amore, e gli chiedo “Scusa, ma com’è che ti chiami?” Credo se la sia presa, perché si è alzato e rivestito in fretta e furia, così ho fatto anche io, mi ha accompagnata alla macchina senza dire una parola. Solo quando ho chiuso lo sportello ringraziandolo per la splendida serata ha mugugnato “Ugo, mi chiamo Ugo” poi ha accelerato e l’ho visto scomparire dietro la curva di Viale Trastevere.
Sono tornata a casa chiedendomi cosa fosse andato storto.
Ecco è da ieri notte che ci penso.
August 25

La lettera

 

Strofino bene, lucido, lustro, alliscio, lecco. Sarebbe bene cancellare tutto, un soffio e via, dalla pelle, dalla carne, dall’anima, con un solo colpo dire basta al lordume che la vita ha tatuato sul mio corpo facendone una mappa insensata del dolore. Scivola l’acqua che come al rallentatore sento, goccia dopo goccia, piombare sulla nuca e poi esplodere a contatto con i miei capelli neri. Le conto. Ogni goccia un boato e poi lava incandescente che s’appropria di ogni fessura di me. E’ trascorso troppo tempo da ieri, quando ero giovane di vita e di sogni, oggi la senescenza mi abita, precoce e subdola, pronta a sbottare quando meno me lo aspetto.

 

Sono trascorsi dieci mesi da quel pomeriggio, ne ero certa, ti avrei riconosciuto fra tutti, non dall’aspetto, sapevo pochissimo di te, ma dal tuo odore. Sicura che mi sarebbe entrato nel naso e lì rimasto, indelebile, per sempre. Così è stato quando mi hai appoggiato le mani sugli occhi impedendomi di guardarti da subito ma regalandomi ancora una volta solo la tua voce. Profonda, abissale, tale e quale a quella che mi aveva fatto innamorare di te, dalla prima volta che era sprofondata nel mio seno e poi giù, sempre più in fondo. Essenza di un sentimento mai provato e che avevo voluto catalogare come amore. Amore vero.

Facile era stato, in quella eclissi totale di responsabilità e doveri, in quell’egoismo proprio degli amanti, scomparire in una stanza d’albergo. Chiudere dietro di noi la porta come per richiuderla al mondo intero. Nulla era più altro che nulla, a parte io, te e i nostri respiri. Un nido silenzioso che aspettava solo di accogliere quei respiri che ci eravamo promessi da tanti giorni di desideri e fantasie che ora si rivelavano oltre ogni immaginazione, oltre ogni fantasticheria. Così le tue mani iniziavano l’esplorazione del mio corpo protetto dal nulla, infiniti passaggi tra sotterranei tumulti di piacere si alternavano a scoperte di pelle, respiri, sussulti. I miei capezzoli fra le tue dita giocose di increspature e complessità, mischiate al respiro nebuloso e saldo che s’incuneava nella mia gola in attesa di te. Poi le labbra, studiose di ogni percorso, la piega oscena di una bocca che tornava bambina ad assaporare archetipi dolciumi, essenze vitali, l’origine della stessa materia. Io, sotto di te, tua, aperta, sofferta e potente, onda che non poteva placare il suo movimento così dipendente dal tuo farne carne e sangue. Nel silenzio, nella penombra, avevi lasciato scorrere i minuti, eterni di un non movimento apparente, solo delegato ai tuoi occhi, allo sguardo penetrante che si è cibato di ogni me. E parevano dita le pupille, e macchie di eterno i sorrisi distorti nella smorfia del piacere, di un godimento esasperato dalla voglia. Sei penetrato dentro, forte e violento, a ribadire il possesso, la terra e l’acqua, il fuoco e la quinta essenza, la sostanza delle stelle, l’ultima distillazione di aristotelica fattura. Quell’andare e tornare, il nostos e lo skopos, l’ultimo baluardo che tu hai polverizzato graffiando e risucchiando sostanza, ciò che di più intimo e profondo avevo custodito.

Il tuo essere bagnato dei miei umori diveniva magicamente me, io, fonte e sorgente, strumento per il tuo piacere, schiava e liberta a succhiare ogni passo, ogni movimento, ogni nutrimento scaturito dal tuo corpo. Ho avuto sete e tu mi hai esaudita, inondata, schizzata, opacizzata di te.

 

Sono trascorsi dieci mesi, il gioco è finito, da tanto, da qualche mese dopo aver avuto la sensazione di toccare il cielo. Non è stato improvviso, solo una progressiva avaria di un sogno, operato con grande ingegno, avviato ed educato a partire dai pensieri, dal sentire, dal provare e dallo spaventoso equivoco che fosse amore. La tua dolcezza è stata il coltello che hai maneggiato con perizia, camuffato in piuma i primi tempi, col tempo, poco, delicatamente, ha iniziato il suo processo di mutazione. Ricordo la punta, qualche settimana dopo, avevo voglia di vedere le mie amiche e tu non eri d’accordo. Quanto amore, avevo pensato, senza guardare il rivolo di sangue che dalla mia guancia scendeva fino al mento, e nei giorni seguenti, perduta anche la possibilità di sentirle solo al telefono, ancora non avevo notato le gocce che perdevo sul pavimento, rinchiusa in cucina, ad aspettarti nel silenzio, con il telefono staccato, il computer frantumato a terra, la porta chiusa a chiave e il mio cellulare requisito e chiuso a chiave in un cassetto. Non potevo credere che fosse odio, l’odio che mi hai riservato, centellinato in questi mesi senza mai farne abuso, ma distribuendolo con cura, a bloccare ogni mia possibilità di reazione. Grande attore sei, in questa commedia risaputa, cantata e raccontata quasi ogni giorno da voci che non hanno suono. Ho tentato di andare via. Di ribellarmi, ma la tua oculatezza ha inibito ogni mia volontà, sei stato maestro nel dosare ogni azione, ogni pensiero ai tuoi infiniti stupri al mio pensare ed essere. Maestro nel farmi appoggiare a te, portarmi a credere che fossi l’unico, il solo, l’insostituibile senso della vita.

Avrei voluto capire, ma non l’ho fatto, forse nemmeno tentato mai, per questo ora odio persino me stessa. Seduta sul letto guardo questa casa, la mia prigione, corredata di attrezzi che hai chiamato, ancora in tempi non sospetti, dell’amore. Quante volte hai sputato quella parola vomitandoci sopra una insensata infinità di significati elevati, nemmeno allora ho potuto sentire il puzzo, nemmeno allora ho saputo guardare davvero.

Albeggia, sei andato via da poco. Tu con i tuoi amici, Quattro in tutto. Fuori da qui per festeggiare ancora con una bevuta la grande avventura. Quando siete arrivati ieri sera, verso le undici, non ho ben capito se si trattava di una partita di calcio, di una scommessa, o di chissà cosa. Eravate già tutti e quattro ubriachi, io a dormire in camera da letto. Sei entrato e mi hai baciata sulla fronte chiamandomi tesoro. Avevo paura e non ho voluto aprire gli occhi. La carezza che hai lasciato sul mio viso era colorata di rosso, rosso come i capillari che hai fatto esplodere con quel colpo secco, accompagnato dalle tue dolci parole. Agrodolce, così ti eri descritto in quel tempo che mi pare un secolo fa, quando ancora non ti conoscevo come ora ti conosco. Alzati troia, hai gridato. Io con la mano a tenermi guancia, come da copione, ti ho chiesto di lasciarmi stare sapendo che avrei scatenato una reazione contraria. Ho guardato per un attimo la porta accostata, il respiro mi devastava il petto, la paura mi paralizzava ma sono riuscita a scappare via. Due, tre, quattro passi, ho aperto la porta cercando con lo sguardo l’uscita, forse potevi avere dimenticato di chiuderla a chiave. Mi ci sono spalmata sopra, schiantandomi sulla maniglia prima che i miei capelli mi trascinassero indietro come un pupazzo. Ho alzato il viso e il viso che ho trovato sopra di me non era il tuo bensì quello del tuo amico sghignazzante e strafottente, ma l’aveva con te. Che fa, ti scappa? Aveva biascicato ubriaco. A quel punto tu eri già accanto a me, hai assestato tre calci nel mio stomaco poi mia hai sollevata proprio mentre il sangue mi saliva dalla bocca e lo stavo vomitando sul pavimento. Con un dito mi hai pulito le labbra e poi mi hai trascinata in bagno. Non capivo, non potevo capire dove volevi arrivare quando mi hai costretta a truccarmi e ripulirmi per bene. L’ho fatto, sperando di morire prima di arrivare a mettere il rossetto, l’ho fatto, graffiandomi con la matita nera le palpebre fino a farle sanguinare, impastando quel sangue col fard e colorandoci gli zigomi come fossi un mostro. Sei venuto a prendermi poco dopo, prima di uscire dal bagno hai fatto a pezzi la mia camicia da notte, Così sei più sexi, hai detto prima di tirarmi nel mezzo del branco.

Hanno alzato il volume della televisione, la musica era assordante e metallica.

Sapevo perfettamente cosa mi sarebbe toccato e non ho tentato di resistere. Mi sono lasciata andare come una bambola di pezza, moscia, senza dignità. Mi prendevano la testa a turno ficcandomi in bocca il cazzo, mi faceva male la bocca, la mandibola, ma era solo l’inizio. Poi non ho più contato il tempo, sono sprofondata in un puzzo maleodorante, una sostanza umida e fetente, mi hanno legata in tutti i modi, presa in tutti i modi, violata e sporcata, mi hanno fatta godere contro il mio volere, umiliata, seviziata con il fuoco, con l’acqua bollente, con la lama di un rasoio, ho ospitato qualsiasi oggetto gli capitasse fra le mani, poi mi sono spenta, l’ho fatto  molto prima che loro finissero di fare di me una morta.

 

 

Sono trascorsi appena dieci mesi, da otto non sento la mia famiglia, ho perso il lavoro, le mie amiche hanno paura anche solo di salutarmi, hanno paura di te. Io non ho più nulla, nemmeno la dignità di resistere. Qualche giorno fa ho chiamato la polizia, eri nella doccia, ho rubato una telefonata, l’unica da più di sei mesi, mi hanno detto di andare, di denunciare, di oppormi alle sevizie, mi hanno detto che non possono fare nulla se non ti prendono in fragrante ma che se ti denuncio proveranno a tenerti lontano… almeno per un po’. Il commissario era una donna, forse ha percepito la mia disperazione perché alla fine mi ha detto, Vuole un consiglio? Lo porti in centro città, magari con la scusa di un caffè, quando scende dalla macchina si avvicini a lui, scelga il momento giusto, poi dia due o tre testate più forte che può sul montante della macchina e inizi ad urlare. Ecco così forse potremo fare qualcosa. Sia forte.

Ho messo giù.

La serratura scatta con quel solito rumore che mi gela il sangue. Sei rientrato. Mi trovi seduta in cucina a scrivere. Che cazzo fai? Mi chiedi. Ti sto scrivendo una lettera, vorrei dire ma non riesco nemmeno ad aprire la bocca tanto è gonfia e tumefatta. Prendi il foglio, lo accartocci e lo butti. E’ un momento, un attimo, la mia mano prende il coltello che avevo sistemato sul tavolo, lo afferra anche l’altra, appoggio il manico al mio stomaco e mentre ti giri per colpirmi ancora mi lancio contro di te con tutta la forza che riesco a trovare. Ti trapasso all’altezza dell’inguine, troppo in basso, ma il mio corpo non ha saputo reagire come avrei voluto, così non mi separo, mi attacco a te con la rabbia che ho dentro e faccio perno sulla mia schiena e sollevo verso l’alto entrambe le braccia con le poche energie che mi restano sufficienti però a vederti aperto in due come una mezzaluna e i suoi infiniti riflessi nelle acque che ti stanno abbandonando. Ho raccolto il foglio per scrivere i saluti, hai gli occhi cattivi, ma solo per poco, pochi istanti poi tornerai ad essere come tutti gli altri.

 

July 03

L'animale sapiente

Dicevano che sarebbe stato meglio

evitare di guardare

passare dritti

come non fosse nulla

 

eppure tutti mi ficcavano gli occhi nell’anima

tranciata e sofferta da ore di fatica

ero forse io l’attrazione del circo?

 

Decisero che sarebbe stato conveniente tenermi in salute

soldi ne portavo e il guadagno era assicurato

per gli astanti lo sguardo doveva essere fiero

netto a tagliare l’orizzonte

 

e anche la pelle lucidata dagli oli essenziali

tonica e stupefacente per l’età che nascondeva

godeva di attenzioni tutte particolari

 

Dovetti alzare le braccia più volte

mentre i calli sulle mani sanguinavano

e io facevo finta di non sentirli

e il maglio saliva e scendeva

quasi fosse stato il tempo

 

per questo l’incudine resisteva

per non cedere alla tentazione d’immortalità

e carpire ancora l’ultimo sogno del risveglio

eterno andante senza movimento

 

Davvero pensai più volte che fosse finita

anche quando l’aria salmastra dell’estate

mi riempì polmoni e naso annusandomi

in un istante l’anno strascorso

 

mentivo pensando che le stagioni

non erano più le stesse

sognando che tutto fosse stato

solo un attimo

 

Fu ancora l’inverno dopo

rinnovato il costume e il trucco

persino lo spettacolo che venne arricchito

di nuove battute e altre comparse

 

fu quel giorno in cui il vento aveva preso d’improvviso

un ritmo stanco, silenzioso faceva finta di non esistere

la folla gridava perché gli spaccassi la testa

ma l’incudine pronta mi fece effetto urlando

 

Davanti a me l’orda di occhi affamati gridava

osannando le mie cosce sode che si distendevano

sotto la spinta del sollevamento

le braccia ancora a guardare la polvere

 

la mazza prese il largo dondolandosi verso il cielo terso

guardandola lasciai andare come un pianista le dita

e per caduta d’improvviso a semplice effetto in picchiata

persa la presa cercai almeno per una volta di essere libera

 

Il sangue iniziò lentamente a colare fra gli occhi

poi raggiunse la piega delle mie labbra

subito prima di stramazzare a terra con la lingua

presi il mio sapore e riuscii a vedere tutto

 

sapevo che il semplice rollio

non determina una virata c’è necessita

di una accelerazione positiva tanto maggiore

quanto più è stretto il raggio di cabrata

 

Per questo fui la più veloce di tutti.

 

L’animale sapiente.

 

June 09

Qui

Qui

 
esito impazzito di un piatto solo

dove musica è cantilena dormiente.

Un esercito di piccoli me, sacrificabile al rossetto,

recinto di tutti i passi lasciati tra i denti

quando il terreno cede oltre il frastuono.

E cedono le casse spossate da tanto silenzio,

e la crepa sul muro che ha detto la sua

tranciando la cicatrice nel petto.

Caos è perdita esangue di sostanza

- come vorrei vedermi davvero -

che non immagina ma pialla ogni prominenza.

Io sono qui, ripeto alla tela scrostata

che pende intenta nel suo impasto

all’idea di essere.

L’importante è restare svegli,

come se la voragine che risucchia le scarpe

sapesse bene a cosa va incontro.

Oggi è il giorno nuovo e io passo diversa la stessa strada.

Diversa dal poi, dal mai, dal detto, da ogni incontro nuovo.

Ho pensato di mettere più sale,

una finestra dove non c’era

e qualche ingorgo di passanti ignari

e certi che il male sia cosa d’altri.

 

Sono qui,

nel dubbio che queste mani siano le stesse

di quelle che per una volta hanno stretto le tue

e nella gola il sangue

come diritto di degustazione,

Lo ripeto e lo dico per credere ancora che sia vero.

La bocca sapiente sa di certezza mentre biascica del futuro.

Forse saremo spazio.

senza cedere ai silenzi, appesi allo specchio

per offrire tutto quanto io ho

due parole che sono miscela da ingoiare serenamente

e succhiare con attenzione.

Attesa. Non so chi sono,

ma sono qui in un dove fruito da sempre

quotidiano tanto da farsi temere sale.

Chiusa nel petto, assicurata. Sono qui,

tra le paure a raccogliere resti

che frantumati cadono

cadono

cadono.

Mi piego e raccolgo anche me che tutta cado

e mentre prendo su, cado ancora.

Ridondante, disturbo bipolare che non soffoca

ma inciampa in altre strade.

Poche sfumature nelle immagini grigie che si lasciano violare

sesso consumato oltre la carne.

Ed è ancora sangue, il mattone che porto dentro

che - non ci crederai mai - ha necessità di nutrirsi

e divora le nocche, le dita, poi tutto il palmo delle mani.

Monconi le braccia paiono errori.

Di natura.

Così le gambe, dopo i piedi

pasto di parassiti seduti in poltrona

e io mi guardo come fossi una cosa.

Senza pena né male.

Fin quando striscio, vivo.

Lento atto del corpo che non arrende.

Senza coraggio solo con l’energia per rompere l’ultimo piatto.

Solo.

 

Sono qui.

 

Posso farlo

sostanza

senza maschera

impassibile

al volto chiuso.

 

 

 

July 13

Dondola (versi di S. Becket)

Dondola

 

Ascolto mentre guardo fuori. C’è sempre una finestra oltre la quale cacciare via il pensiero, la possibilità di vederlo risucchiare dal paesaggio intorno e magari sparire per un po’.

Anche io con lui.

 

Ha impiegato meno di tre minuti per scaricare il file. La linea analogica è veloce e il cursore verde procedeva spedito, senza intoppo. Avevo clikkato “salva” e scelto un percorso.

Un percorso per il tuo file. Il tuo spazio.

 

Becket ha fatto il resto. Strano a dirsi ma vero.

 

finchè infine

giunse il giorno

giunse infine

a capo d’un lungo giorno

 

ed erano giorni che giravo attorno al suo “Dondola”, lasciandomi dondolare da quel movimento lento, ricalcato nel ritornello che lagna scricchiolando

 

seduta alla sua finestra

tranquilla alla sua finestra

unica finestra

di faccia ad altre finestre

altre uniche finestre

 

così io, ora. Seduta alla mia finestra. E’ pieno giorno che non vedo. Sei entrato tu, in questo giorno, in questa vita. La mia vita. Le tende su. Sopra gli occhi un velo. Ho aperto il file. La fotografia di una voce. Di quelle strade percorse cieca. Illuminazione volontaria, decisione di mostrarsi

 

un’unica tenda su

niente di più

mica d’una faccia

dietro il vetro

di occhi affamati

come i suoi

di vedere

essere visti

 

e ci muoio sui tuoi occhi, filtrati da lenti che non mi permettono l’ingresso. In questo giorno. Solo un giorno. Come tanti giorni. In cui compari dentro. E ora sei qui. Nelle mie cose. Fra le mie carte, i pensieri, i fogli stanchi di tanti giorni. Troppi per come ne avevo visti passare. Questo giorno. E’.

 

così che infine

a capo d’un lungo giorno

scese giù

giù lungo le ripide scale

tirò giù la tenda e giù

dritta giù

nella vecchia dondola

 

per questo dondolo. Ti guardo e dondolo. I capelli corvini, introversi, indocili. Tiro giù la tenda. La tua bocca, il limite esatto del suo profilo. Le labbra. Mangiano. Il naso. Annusa. Il viso. Guarda. Giù la tenda per guardarti e trovarti. Eccoti. Eccomi. Eccoci. In questo strano giorno. Dondolando. Smarrisco. Perdo dolore e tempo. Anno dopo anno. Il nero trasformato. Seduta a dondolare. Desidero. Questo spazio obliquo contenuto di te.

 

e dondolò

dondolò

con gli occhi chiusi

a chiudere gli occhi

lei per così tanto tutta occhi

occhi affamati

tutt’intorno

in alto e in basso

su e giù

alla sua finestra

 

Zoom avanti, rimpicciolisco il resto. In alto e in basso. Evanescente immagine di un luogo che non conosco. Tu sei lì. Io non ti conosco. Dondolo cercando. Dondolo sperando. Un giorno. Alla fine di un lungo giorno. Tirare giù le tende. Così le mani potrebbero sfiorarti. Chiudo gli occhi. I polpastrelli divorano la tua pelle. Profilo e fondo. Come in un bicchiere, in un lutto, come la gioia. Occhi affamati. Non sapevo fino a questo giorno. Di fame e arsure, di carestie. Non lo sapevano i miei occhi.

 

seduta alla sua finestra

tranquilla alla sua finestra

tutta occhi

tutt’intorno

in alto e in basso

in cerca d’una tenda su

niente di più

mica d’una faccia

dietro il vetro

di occhi affamati

come i suoi

di vedere

essere visti

no

 

vorrei mi guardassi. In questo giorno. Ho tirato giù le tende. Il tuo sguardo dentro. Su e giù. Più in là. Oltre. Il mio corpo fatto d’occhi. Qui ora. In questo giorno. Per essere tuo. Il respiro. Alto. Fuori dalla finestra. Occhi come mani. Le mie. Le tue. Che non conosco. Che non conosci. Ascolto. La tua carne che parla. Cosa accade? Dici. Lo dici in questo giorno e apri giorni. Alla finestra aspetto. Mentre mi cavi gli occhi. Statico lontano. Eppure sento. Le scale di corsa. La voglia che non attende. Sento e aspetto. Urgenza. Ora. Qui. Tranquilla alla finestra. Sei dentro di me. Inverso al movimento. Dondoli. Dondolo. Dondoliamo. Le tue mani. Ancora scendono. Le scale. Silenziose ascoltano. Le tende. Coprono la discesa. Scendi. Attraversi le mie voglie senza sorridere mai. Scendi dondolando. Fino alla mia sedia a dondolo. A capo d’un lungo giorno. Sei sotto. Nuda. Pelle senza veli. Nessun altro desiderio. Tu. Su e giù. Entrando.

 

d’una tenda su

come la sua

appena appena come la sua

un’altra tenda niente di più

e un’altra creatura là

dietro il vetro

un’altra anima vivente

un’unica altra anima vivente

finché giunse il giorno

giunse infine

 

infine. Altra creatura. Anima spessa di questo Occidente lontano. Oltre il vetro. Oltre nell’indentro. Perché sei qui. Dietro il vetro. La mia parte. Anima vivente. Altra. Che siedi qui accanto. Spessa e accesa. Gli occhi. In ogni luogo. Apro e tiro giù le tende. La mia. La tua. Ho bisogno del.

Dieci sensi. Per capire entrare e uscire. Da me. Da te. Questo dice fuori dalla finestra. Questo sto gridando. Mentre sale la paura. Guardo il tuo sguardo. Mano nella tua mano. Le labbra che scrutano lo spazio. Giù e su. Anima di vetro, anima vivente. Giungesti infine. Lontana. Un giorno. Silenzio opaco. Avverto te. So che ci sarai sempre. Scritto nello scricchiolio della mia dondolante essenza. Spiegami l’ultimo senso. Questo che mi conduce. Giù e su. In te. Inchiodata dentro. Inchiodato dentro. Dondolando.

 

 

e la dondola a dondolare

a dondolare ancora

così che infine

a capo d’un lungo giorno

scese giù

infine scese giù

giù lungo le ripide scale

tirò giù la tenda e giù

dritta giù

nella vecchia dondola

delle braccia finalmente

e dondolò

dondolò

 

ed è lama il tuo sguardo. Dondola. Lama che s’intreccia alla mia carne. Liquefatta. Sottile linea tra le braccia. Finalmente. Le braccia. Sottile non s’incurva incide. Incidi. Lungo le ripide scale. Sventri e divergi. Cuspide che tagli. La vecchia dondola trema. Così il mio vuoto. Inciso. Sanguina. Tiro giù la tenda e giù. Dritta giù la tua lama. Penetra. Dritta. Nel mio odore. Sordo. Cieco. Fino a quel giorno. Questo giorno. Dondolare. Dondolare. Sulle tue lame. Questo faccio delle braccia. Finalmente. Le tua braccia che abbracciano. Stringono. Svengono giù. Su io. Sopra di te. Esangue. La finestra che sbatte. Tuona. Rimbomba. Su e giù. Rimbomba. Ora. Infine. Io sopra, tu sopra. Astuto il legno che non si sottrae né divide. Muove corpi. Elimina spazio eccedente. Un file. Desiderio. Un file. Occhi. Un file. Tu. Ora e ancora. Giù. I tuoi capelli. Nei miei.

La vecchia dondola. Macerie. Dondolò. Infine scese giù.

 

fino al giorno

a capo d’un lungo giorno

in cui disse

a se stessa

a chi altri mai

tempo che la finisca

tiri giù la tenda e la finisca

tempo che scenda giù

giù lungo le ripide scale

 

ripida. La paura. Lama che non lascia scampo. Tempo. E’ solo questione di tempo. A capo d’un lungo giorno. Tempo che la finisca. Finisco prima di finire. Finiscimi. Mi finirai. Arriverò alla fine. Fondo. Giorno senza tramonto. Voglio appoggiarmi al tuo petto. Finire. Chiudere il cerchio. Astratta attraggo forze contrarie. La lama precipita giù. Rivoli a perdere. Ematica presenza di ferro. Le braccia legnose che stringono. Non soffoco. Prendo aria. Dondolando. Le ripide scale. E’ tempo che la finisca. Resta. E’ tempo che la finisca. Non andare. E’ tempo che finisca. Giù le spalle. Giù il tempo. Giù il suono. Silenzi. Dondolanti. Le mani. I tuoi occhi. Silenzi. Il tempo per te. Silenzi. Il tempo ingiusto. Silenzi. Tiri giù la tenda e la finisca. Cosa accade? Il luccichio confonde. Giù la tenda. Ti desidero come il vuoto. Idea. Vuoto. Sopra e sotto. Ti desidero. Amo la luce che confonde il tuo profilo. Istantanea. Non so chi sei. Istantanea. E’ tempo che la finisca.

 

no

finito con questo

alla dondola

delle braccia finalmente

dicendo alla dondola

dondolala via

turale gli occhi

a fottere la vita

turale gli occhi

dondolala via

dondolala via

 

 

* In corsivo i versi di “Dondola” di Samuel Becket.

 

Windows Media Player