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August 26 Ugo Ne avevo trascorso di tempo solasola, come se qualcuno avesse rotto il
meccanismo sociale di apparenza, distanza, contatto. Ecco a volte come
accadono le cose. Accadono e non le vedi, non le senti, è davvero
difficile persino credere che siano accadute, eppure è così. Mi
ritrovavo ebete a guardare quel soffitto, scena vista e rivista di un
copione recitato da molte star di Hollywood ma non per questo adatto a
una come me. Ma ero lì, poco ci potevo fare per cambiare le cose. Il
vento accarezzava le chiome degli alberi che intravedevo dalla finestra
filtrati da una sottile tenda bianca di garza e il sole se ne stava
andando per i fatti suoi, come tutte le mattina da quando sono nata. Ma
tutto era diverso, anche se capisco che raccontarlo così, di getto, non
rende l’idea. Forse sbaglio anche il linguaggio, dovrei essere, come
dire, più rappresa, contrita, dolorante, ma così sta venendo fuori e
figuriamoci se sono in grado di incanalarlo come vorrei, prende il via
e corre, come fosse in discesa, come avesse fretta di mostrarsi, una
urgenza impellente (si dice? Mha! Tanto ho già scritto solasola che non
si dovrebbe) di spalmarsi sul foglio e chiudere l’esperienza. E’ così
che accade, dopo la spalmata pare tutto riacquietarsi, trovare pace.
Nel frattempo mi sono chiesta più volte se questo soffitto, fatto a
travoni, come quelli di una volta per intenderci, sarebbe stato meglio
pitturarlo di bianco piuttosto che lasciarlo così, colore del legno,
che fa un bell’effetto però incupisce. Se magari avessero pensato ad un
pavimento diverso, invece anche il cotto è scuro, consumato e, pur
essendo molto “da atmosfera” mi stona, avrei forse preferito delle
piastrelle maculate, oppure un bel gioco alla Escher, una bella
composizione di piastrelle poliedriche contornate da distorsioni
geometriche, dove perdersi tra scale che salgono al contrario e quelle
che scendono salendo. Bella metafora della vita, sempre scale, ovunque.
Come al solito divago e non arrivo al punto. Uno dei miei lettori
preferiti mi dice che non so raccontare, per cui m’esercito alla
Queneau. Pomeriggio infame, ieri, di quelli che non passano mai, forse
perché avevo accettato un invito (meglio dire provocato in tutti i modi
possibili) tanto da non poterlo declinare e a dire il vero la tensione
aveva preso il sopravvento e la solita voglia di scappare prima di
provare s’era insidiata nella mia testa, tanto da consigliarmi di
inventare una qualche sorta di malattia improvvisa per svicolare con
classe. Non sapevo cosa indossare, insomma tutta quella serie di
problematiche femminilisteriche che ormai nell’epoca del blog
(devastazione assoluta di ogni forma possibile di privacy) tutti
conoscono. Anche i maschietti. Poi ci vuoi fare i conti con l’età che
avanza, la bocca che richiede uno sforzo inimmaginabile per sembrare
sorridente e non pendolante sotto il peso delle rughe che, pur
sostenendo, di grande charme, gravano sull’espressività. Insomma, dopo
aver dedicato una mezzora alla lettura dei mille consigli per non
invecchiare mi sono decisa. Ho sfoderato dall’armadio gonna attillata,
camicetta scollata e tacchi vertiginosi, perdendo tempo sulla
biancheria intima adatta. Non che avessi fatto programmi di sorta,
figuriamoci, solo della serie “non si sa mai!”. Per cui la scelta era
caduta su una canottiera trasparente color sanguigna, corredata da
pizzo rosa con tanto di fiorellino di raso (a fare da contorno alla
scollatura) e completino intimo in pendant. Il trucco serioso, capelli
tirati all’indietro con qualche ciuffo ribelle opportunamente domato
dalla lacca a lunga tenuta e, per continuare nella filosofia adottata
per la serata, occhiale da vista alla moda, tipo professoressa in cerca
di emozione, fuori età ma non troppo (con garanzia di esperienza
pluriennale conclamata). Poi lui. Ovviamente conosciuto in una chat per
cuori solitari, alto, moro, fisico snello, età giusta, logicamente
colto e molto interessante. Per quanto riguarda le caratteristiche
generali, c’era una sua foto di “appena” qualche anno prima che mi dava
conforto, per il resto mi ero affidata all’intuito. E qui stendo un
velo pietoso. Non per anticipare l’esito della mia serata, ma perché
quanto a intuito sono veramente una zappa. Il risultato allo specchio
lungo, persino in quello dell’ascensore al neon, non mi pareva malaccio
a dirla tutta, però non si può mai dire, incerta come sono anche
dell’evidenza. Per farla breve mi aspetta a Trastevere per l’aperitivo,
poi, nel programma, pizza (e già avevo storto il naso) e filmetto.
Proprio così, ha detto filmetto. Ho lasciato che svanissero i brividi e
facendo finta di niente glissato eterea sulla definizione di filmetto,
concentrandomi sulle altre qualità che, a furia di ripetermele, avevo
ormai imparato a memoria.
Lo vedo e devo confessare a me stessa che è bellissimo. Fisico atletico, occhi scuri che pare un gatto, sorriso luminoso ed è anche puntuale. Inizio a preoccuparmi. Che sia la mia serata fortunata? Riecheggia nelle orecchie “filmetto” così m’infilo un dito in un orecchio, come quando fischiano, e mi minaccio da sola. Si diventa intolleranti col passare degli anni, ma visto che erano passati (gli anni) meglio farla finita pure di tirarsela a quel modo a meno di non essere disposta a subirne tutte le conseguenze. Mi abbraccia ardentemente (fantastico l’avverbio qui!) così mi convinco che la prova specchio dell’ascensore è quella giusta e mentre lo penso la sua mano mi finisce sul sedere, cosa che non mi garba nemmeno un po’. Forse perché non amo gli uomini troppo sfacciati, troppo sicuri, troppo pieni di sé, e lui è tutto questo e anche molto di più. Prendiamo un aperitivo dopo un velocissimo escursus sul piacere che gli da la mia compagnia, inizia col parlarmi della sua vita, meglio delle altre donne della sua vita. Dopo circa un’ora siamo ancora alla lettera a, cioè mi ha già raccontato di come ha sedotto Adelaide, Alessia, Alma, Anastasia, Annalisa, Atonia, Assunta, Azzurra, Adele, Alda, Amalia e persino Ascenza. Ecco lei mi ha dato un brivido, Ascenza, e se mia madre mi avesse chiamata così? Rificco il dito nell’orecchio e cerco di godermi la tiepida serata romana, piacevolissima come solo questa città sa offrirne, distraendomi di tanto in tanto con i passanti, mentre lui continua imperterrito. Ad un centro punto rischio il tutto per tutto e lo interrompo arrivati più o meno ad Adriana. “Certo devi essere proprio un tombeur de femme!” gli dico, lui ovviamente non capisce il francese e parte con le prestazioni sado-maso di Alice (anche quelle sistemate in perfetto ordine alfabetico, dovevo farmi venire il dubbio di aver incontrato un maniaco dell’abecedario). A quel punto entro nel panico, per arrivare alla zeta mancheranno minimo quattrocento poverette che non sapranno mai di aver fatto parte di questa oscena bacheca e io sono già sull’orlo di una crisi di nervi. Ma lui mi stupisce (adoro essere stupita dagli uomini) chiedendomi all’improvviso: “E tu? Che mi racconti tu?” io provo a dire “No, ma…” e interrompendomi, da galantuomo quale si è dimostrato, ricomincia con la prima della lettera B, e più precisamente tale Barbara di novanta chili e impensata quanto imprevista agilità nel farlo in macchina, col brivido finale “Indovina quale macchina?” e io lì sempre più impacciata “Ehm…”, “Dai tanto non indovinerai mai” m’incalza “Una PANDAAAAAAAAAAAAAA” grida e ride come un pazzo. Mi viene voglia di andare a casa, la sto coltivando da quando sono arrivata a dire il vero, poi però mi trattengo, possibile che sia diventata misantropa a tal punto? Ero venuta per sfogarmi un po’, dico piacevolmente, insomma un sano erotismo anti stress e fisicamente il tipo potrebbe pure andare, ma dovrei riuscire a farlo stare zitto. Altrimenti mi passa la voglia e potrei pensare seriamente alla possibilità di continuare a coltivare il mio adorato autoerotismo che mi da comunque tanta soddisfazione (non si dovrebbe dire, lo so). Comunque cambio tattica e inizio a bere seriamente, in onore al detto “ogni lasciata è persa” (che fa un po’ maschio lo so, ma tanto ormai con le pari opportunità posso anche permettermelo. Finisce così a schifìo, io che rido per ogni stronzata che esce dalla sua bocca e lui che man mano passano le ore si gonfia come un fagiano in calore. Fatalità ha anche le chiavi di casa di un suo amico che è partito per un lungo viaggio, così saliamo dopo la squallida capricciosa e le terribili battute che continua a fare il mio adorato ospite. Ringrazio Bacco e cerco di spassarmela un po’ con la speranza che, almeno a letto, sia decente senza aspettarmi troppo. Entriamo in casa e appena chiusa la porta mi sbatte contro il muro, stile nove settimane e mezzo, infilandomi le mani sotto la gonna e con la bocca spalancata contro la mia. Incontro la sua lingua e inizio a stuzzicarla un po’, l’ho sempre trattata (dico la lingua) come uno splendido cazzo, mi piace accarezzarla con la mia, come se gli stessi facendo un pompino. Sotto i fumi dell’alcol mi lascio andare e inizio a succhiargliela con passione mentre lui esplora sotto i miei vestiti con una mano e l’altra mi ha afferrato i polsi e mi tiene le braccia in alto. Adoro essere presa così, mi fa impazzire sentirmi immobilizzata per cui rinforzo la passione in un bacio da mozzare il fiato poi gli infilo un ginocchio tra le gambe e gli strofino delicatamente i coglioni. Mugugna qualcosa, con la mano libera mi mette giù la gamba e mi sbatte il suo sesso duro sullo stomaco. Posso sentirlo tutto, robusto e massiccio mi fa venire voglia di succhiarlo. Glielo dico, così mi lascia i polsi e io inizio a scivolare lungo il muro leccandogli il mento, il collo, la camicia ancora abbottonata, il bozzo da sopra i pantaloni. Ogni volta che ci passo la lingua aperta e vogliosa, quello, il suo cazzo, ha come un sussulto, s’impenna,s’inarca, sembra di granito. Sbottono cinta e pantaloni poi ci infilo il muso dentro prima di lasciarli cadere sui suoi piedi, il suo profumo è buono, sorprendente, mai avrei immaginato un epilogo di questa portata, con i denti gli tiro giù i boxer, scivolando ora col naso sulla sua pelle, il pube, i peli del sesso fino a sfiorarlo con le labbra, poi riprendo a leccarlo, questa volta pelle a pelle, ci strofino le guance poi lo riprendo in bocca, tutto giù fino alla gola, fino a togliermi il respiro, fino a non poterne più. Lui guaisce, si lamenta, sibila e a me viene voglia di farlo urlare. Così m’infilo sotto le cosce, gli lecco le palle tonde e piene, le titillo con la punta della lingua, come fanno con i capezzoli, le mordicchio mentre con la mano continuo ad accarezzarlo. Sta per scoppiare, lo sento, ma io voglio giocare ancora. Allora mi alzo e inizio a spogliarmi. Al quarto bottone della camicetta, sono otto, mi salta addosso, sbatte sul letto, strappa tutto, camicia canottiera trasparente e reggiseno e inizia a leccarmi divinamente i capezzoli, mentre un dito lo mette dentro la fica esplorandola come una caverna oscura. Gli piace e si sente, questa cosa mi riempie d’orgoglio, così arrotolo la gonna sulla vita e gli spalanco le cosce davanti ondeggiando il bacino, su e giù, su e giù, come fossi un’onda, lo invito a bagnarsi nel mio mare. Ondeggio lentamente sulle sue mani aperte, ci strofino il sesso umido e aperto, lui gioca con le dita e io scelgo quello che più mi piace. Poi faccio più ampio il movimento, il suo viso vicino per guardare, lo lascio fare, fino a che mi viene voglia di spalmarmi sulla sua bocca. Mentre mi disperdo sulle sue labbra la apre e inizia a leccarmi tutta. E non smette, e mi fa urlare di piacere. Infilo le unghie sul letto mentre lo sento entrare, il cazzo duro si fa spazio tra le mie labbra e poi inizia a sbattermi con violenza, come un maschio. Vengo travolta dal suo corpo che pare opposto al mio, invece s’infila dentro tutto con una violenza tale da farmi perdere i sensi. Violenza e dolcezza, alterna forza e delicatezza e io impazzisco. Godo ancora. Lui se ne accorge e non smette, s’infila nelle mie contrazioni e si lascia succhiare dal mio ventre fuori controllo. Poi mi gira e mi prende da dietro, il culo aperto pronto come se avesse saputo cosa lo aspettava, lui fatica, spinge, borbotta poi resta lì. Minuti che sembrano tempo infinito, io che non smetto di godere, ansimo, rido. Riprende le forze e lo sento gonfiarsi tutto che sembra scoppiare, e spinge, spinge ed esce, spinge ed entra, fino a schizzarmi tutta, inondata dal suo mare caldo. Mi resta addosso, infranto, io sotto, beata. Devono essere trascorsi almeno dieci minuti quando riesce a scostarsi da me per crollare nuovamente sul letto questa volta a pancia in su. Io sono ancora supina, quasi addormentata. Giro la testa verso di lui, gli occhi dolci dell’amore, e gli chiedo “Scusa, ma com’è che ti chiami?” Credo se la sia presa, perché si è alzato e rivestito in fretta e furia, così ho fatto anche io, mi ha accompagnata alla macchina senza dire una parola. Solo quando ho chiuso lo sportello ringraziandolo per la splendida serata ha mugugnato “Ugo, mi chiamo Ugo” poi ha accelerato e l’ho visto scomparire dietro la curva di Viale Trastevere. Sono tornata a casa chiedendomi cosa fosse andato storto. Ecco è da ieri notte che ci penso. TrackbacksThe trackback URL for this entry is: http://cristianamorroni.spaces.live.com/blog/cns!E526F3D1FCD61003!381.trak Weblogs that reference this entry
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