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    August 25

    La lettera

     

    Strofino bene, lucido, lustro, alliscio, lecco. Sarebbe bene cancellare tutto, un soffio e via, dalla pelle, dalla carne, dall’anima, con un solo colpo dire basta al lordume che la vita ha tatuato sul mio corpo facendone una mappa insensata del dolore. Scivola l’acqua che come al rallentatore sento, goccia dopo goccia, piombare sulla nuca e poi esplodere a contatto con i miei capelli neri. Le conto. Ogni goccia un boato e poi lava incandescente che s’appropria di ogni fessura di me. E’ trascorso troppo tempo da ieri, quando ero giovane di vita e di sogni, oggi la senescenza mi abita, precoce e subdola, pronta a sbottare quando meno me lo aspetto.

     

    Sono trascorsi dieci mesi da quel pomeriggio, ne ero certa, ti avrei riconosciuto fra tutti, non dall’aspetto, sapevo pochissimo di te, ma dal tuo odore. Sicura che mi sarebbe entrato nel naso e lì rimasto, indelebile, per sempre. Così è stato quando mi hai appoggiato le mani sugli occhi impedendomi di guardarti da subito ma regalandomi ancora una volta solo la tua voce. Profonda, abissale, tale e quale a quella che mi aveva fatto innamorare di te, dalla prima volta che era sprofondata nel mio seno e poi giù, sempre più in fondo. Essenza di un sentimento mai provato e che avevo voluto catalogare come amore. Amore vero.

    Facile era stato, in quella eclissi totale di responsabilità e doveri, in quell’egoismo proprio degli amanti, scomparire in una stanza d’albergo. Chiudere dietro di noi la porta come per richiuderla al mondo intero. Nulla era più altro che nulla, a parte io, te e i nostri respiri. Un nido silenzioso che aspettava solo di accogliere quei respiri che ci eravamo promessi da tanti giorni di desideri e fantasie che ora si rivelavano oltre ogni immaginazione, oltre ogni fantasticheria. Così le tue mani iniziavano l’esplorazione del mio corpo protetto dal nulla, infiniti passaggi tra sotterranei tumulti di piacere si alternavano a scoperte di pelle, respiri, sussulti. I miei capezzoli fra le tue dita giocose di increspature e complessità, mischiate al respiro nebuloso e saldo che s’incuneava nella mia gola in attesa di te. Poi le labbra, studiose di ogni percorso, la piega oscena di una bocca che tornava bambina ad assaporare archetipi dolciumi, essenze vitali, l’origine della stessa materia. Io, sotto di te, tua, aperta, sofferta e potente, onda che non poteva placare il suo movimento così dipendente dal tuo farne carne e sangue. Nel silenzio, nella penombra, avevi lasciato scorrere i minuti, eterni di un non movimento apparente, solo delegato ai tuoi occhi, allo sguardo penetrante che si è cibato di ogni me. E parevano dita le pupille, e macchie di eterno i sorrisi distorti nella smorfia del piacere, di un godimento esasperato dalla voglia. Sei penetrato dentro, forte e violento, a ribadire il possesso, la terra e l’acqua, il fuoco e la quinta essenza, la sostanza delle stelle, l’ultima distillazione di aristotelica fattura. Quell’andare e tornare, il nostos e lo skopos, l’ultimo baluardo che tu hai polverizzato graffiando e risucchiando sostanza, ciò che di più intimo e profondo avevo custodito.

    Il tuo essere bagnato dei miei umori diveniva magicamente me, io, fonte e sorgente, strumento per il tuo piacere, schiava e liberta a succhiare ogni passo, ogni movimento, ogni nutrimento scaturito dal tuo corpo. Ho avuto sete e tu mi hai esaudita, inondata, schizzata, opacizzata di te.

     

    Sono trascorsi dieci mesi, il gioco è finito, da tanto, da qualche mese dopo aver avuto la sensazione di toccare il cielo. Non è stato improvviso, solo una progressiva avaria di un sogno, operato con grande ingegno, avviato ed educato a partire dai pensieri, dal sentire, dal provare e dallo spaventoso equivoco che fosse amore. La tua dolcezza è stata il coltello che hai maneggiato con perizia, camuffato in piuma i primi tempi, col tempo, poco, delicatamente, ha iniziato il suo processo di mutazione. Ricordo la punta, qualche settimana dopo, avevo voglia di vedere le mie amiche e tu non eri d’accordo. Quanto amore, avevo pensato, senza guardare il rivolo di sangue che dalla mia guancia scendeva fino al mento, e nei giorni seguenti, perduta anche la possibilità di sentirle solo al telefono, ancora non avevo notato le gocce che perdevo sul pavimento, rinchiusa in cucina, ad aspettarti nel silenzio, con il telefono staccato, il computer frantumato a terra, la porta chiusa a chiave e il mio cellulare requisito e chiuso a chiave in un cassetto. Non potevo credere che fosse odio, l’odio che mi hai riservato, centellinato in questi mesi senza mai farne abuso, ma distribuendolo con cura, a bloccare ogni mia possibilità di reazione. Grande attore sei, in questa commedia risaputa, cantata e raccontata quasi ogni giorno da voci che non hanno suono. Ho tentato di andare via. Di ribellarmi, ma la tua oculatezza ha inibito ogni mia volontà, sei stato maestro nel dosare ogni azione, ogni pensiero ai tuoi infiniti stupri al mio pensare ed essere. Maestro nel farmi appoggiare a te, portarmi a credere che fossi l’unico, il solo, l’insostituibile senso della vita.

    Avrei voluto capire, ma non l’ho fatto, forse nemmeno tentato mai, per questo ora odio persino me stessa. Seduta sul letto guardo questa casa, la mia prigione, corredata di attrezzi che hai chiamato, ancora in tempi non sospetti, dell’amore. Quante volte hai sputato quella parola vomitandoci sopra una insensata infinità di significati elevati, nemmeno allora ho potuto sentire il puzzo, nemmeno allora ho saputo guardare davvero.

    Albeggia, sei andato via da poco. Tu con i tuoi amici, Quattro in tutto. Fuori da qui per festeggiare ancora con una bevuta la grande avventura. Quando siete arrivati ieri sera, verso le undici, non ho ben capito se si trattava di una partita di calcio, di una scommessa, o di chissà cosa. Eravate già tutti e quattro ubriachi, io a dormire in camera da letto. Sei entrato e mi hai baciata sulla fronte chiamandomi tesoro. Avevo paura e non ho voluto aprire gli occhi. La carezza che hai lasciato sul mio viso era colorata di rosso, rosso come i capillari che hai fatto esplodere con quel colpo secco, accompagnato dalle tue dolci parole. Agrodolce, così ti eri descritto in quel tempo che mi pare un secolo fa, quando ancora non ti conoscevo come ora ti conosco. Alzati troia, hai gridato. Io con la mano a tenermi guancia, come da copione, ti ho chiesto di lasciarmi stare sapendo che avrei scatenato una reazione contraria. Ho guardato per un attimo la porta accostata, il respiro mi devastava il petto, la paura mi paralizzava ma sono riuscita a scappare via. Due, tre, quattro passi, ho aperto la porta cercando con lo sguardo l’uscita, forse potevi avere dimenticato di chiuderla a chiave. Mi ci sono spalmata sopra, schiantandomi sulla maniglia prima che i miei capelli mi trascinassero indietro come un pupazzo. Ho alzato il viso e il viso che ho trovato sopra di me non era il tuo bensì quello del tuo amico sghignazzante e strafottente, ma l’aveva con te. Che fa, ti scappa? Aveva biascicato ubriaco. A quel punto tu eri già accanto a me, hai assestato tre calci nel mio stomaco poi mia hai sollevata proprio mentre il sangue mi saliva dalla bocca e lo stavo vomitando sul pavimento. Con un dito mi hai pulito le labbra e poi mi hai trascinata in bagno. Non capivo, non potevo capire dove volevi arrivare quando mi hai costretta a truccarmi e ripulirmi per bene. L’ho fatto, sperando di morire prima di arrivare a mettere il rossetto, l’ho fatto, graffiandomi con la matita nera le palpebre fino a farle sanguinare, impastando quel sangue col fard e colorandoci gli zigomi come fossi un mostro. Sei venuto a prendermi poco dopo, prima di uscire dal bagno hai fatto a pezzi la mia camicia da notte, Così sei più sexi, hai detto prima di tirarmi nel mezzo del branco.

    Hanno alzato il volume della televisione, la musica era assordante e metallica.

    Sapevo perfettamente cosa mi sarebbe toccato e non ho tentato di resistere. Mi sono lasciata andare come una bambola di pezza, moscia, senza dignità. Mi prendevano la testa a turno ficcandomi in bocca il cazzo, mi faceva male la bocca, la mandibola, ma era solo l’inizio. Poi non ho più contato il tempo, sono sprofondata in un puzzo maleodorante, una sostanza umida e fetente, mi hanno legata in tutti i modi, presa in tutti i modi, violata e sporcata, mi hanno fatta godere contro il mio volere, umiliata, seviziata con il fuoco, con l’acqua bollente, con la lama di un rasoio, ho ospitato qualsiasi oggetto gli capitasse fra le mani, poi mi sono spenta, l’ho fatto  molto prima che loro finissero di fare di me una morta.

     

     

    Sono trascorsi appena dieci mesi, da otto non sento la mia famiglia, ho perso il lavoro, le mie amiche hanno paura anche solo di salutarmi, hanno paura di te. Io non ho più nulla, nemmeno la dignità di resistere. Qualche giorno fa ho chiamato la polizia, eri nella doccia, ho rubato una telefonata, l’unica da più di sei mesi, mi hanno detto di andare, di denunciare, di oppormi alle sevizie, mi hanno detto che non possono fare nulla se non ti prendono in fragrante ma che se ti denuncio proveranno a tenerti lontano… almeno per un po’. Il commissario era una donna, forse ha percepito la mia disperazione perché alla fine mi ha detto, Vuole un consiglio? Lo porti in centro città, magari con la scusa di un caffè, quando scende dalla macchina si avvicini a lui, scelga il momento giusto, poi dia due o tre testate più forte che può sul montante della macchina e inizi ad urlare. Ecco così forse potremo fare qualcosa. Sia forte.

    Ho messo giù.

    La serratura scatta con quel solito rumore che mi gela il sangue. Sei rientrato. Mi trovi seduta in cucina a scrivere. Che cazzo fai? Mi chiedi. Ti sto scrivendo una lettera, vorrei dire ma non riesco nemmeno ad aprire la bocca tanto è gonfia e tumefatta. Prendi il foglio, lo accartocci e lo butti. E’ un momento, un attimo, la mia mano prende il coltello che avevo sistemato sul tavolo, lo afferra anche l’altra, appoggio il manico al mio stomaco e mentre ti giri per colpirmi ancora mi lancio contro di te con tutta la forza che riesco a trovare. Ti trapasso all’altezza dell’inguine, troppo in basso, ma il mio corpo non ha saputo reagire come avrei voluto, così non mi separo, mi attacco a te con la rabbia che ho dentro e faccio perno sulla mia schiena e sollevo verso l’alto entrambe le braccia con le poche energie che mi restano sufficienti però a vederti aperto in due come una mezzaluna e i suoi infiniti riflessi nelle acque che ti stanno abbandonando. Ho raccolto il foglio per scrivere i saluti, hai gli occhi cattivi, ma solo per poco, pochi istanti poi tornerai ad essere come tutti gli altri.

     

    July 03

    L'animale sapiente

    Dicevano che sarebbe stato meglio

    evitare di guardare

    passare dritti

    come non fosse nulla

     

    eppure tutti mi ficcavano gli occhi nell’anima

    tranciata e sofferta da ore di fatica

    ero forse io l’attrazione del circo?

     

    Decisero che sarebbe stato conveniente tenermi in salute

    soldi ne portavo e il guadagno era assicurato

    per gli astanti lo sguardo doveva essere fiero

    netto a tagliare l’orizzonte

     

    e anche la pelle lucidata dagli oli essenziali

    tonica e stupefacente per l’età che nascondeva

    godeva di attenzioni tutte particolari

     

    Dovetti alzare le braccia più volte

    mentre i calli sulle mani sanguinavano

    e io facevo finta di non sentirli

    e il maglio saliva e scendeva

    quasi fosse stato il tempo

     

    per questo l’incudine resisteva

    per non cedere alla tentazione d’immortalità

    e carpire ancora l’ultimo sogno del risveglio

    eterno andante senza movimento

     

    Davvero pensai più volte che fosse finita

    anche quando l’aria salmastra dell’estate

    mi riempì polmoni e naso annusandomi

    in un istante l’anno strascorso

     

    mentivo pensando che le stagioni

    non erano più le stesse

    sognando che tutto fosse stato

    solo un attimo

     

    Fu ancora l’inverno dopo

    rinnovato il costume e il trucco

    persino lo spettacolo che venne arricchito

    di nuove battute e altre comparse

     

    fu quel giorno in cui il vento aveva preso d’improvviso

    un ritmo stanco, silenzioso faceva finta di non esistere

    la folla gridava perché gli spaccassi la testa

    ma l’incudine pronta mi fece effetto urlando

     

    Davanti a me l’orda di occhi affamati gridava

    osannando le mie cosce sode che si distendevano

    sotto la spinta del sollevamento

    le braccia ancora a guardare la polvere

     

    la mazza prese il largo dondolandosi verso il cielo terso

    guardandola lasciai andare come un pianista le dita

    e per caduta d’improvviso a semplice effetto in picchiata

    persa la presa cercai almeno per una volta di essere libera

     

    Il sangue iniziò lentamente a colare fra gli occhi

    poi raggiunse la piega delle mie labbra

    subito prima di stramazzare a terra con la lingua

    presi il mio sapore e riuscii a vedere tutto

     

    sapevo che il semplice rollio

    non determina una virata c’è necessita

    di una accelerazione positiva tanto maggiore

    quanto più è stretto il raggio di cabrata

     

    Per questo fui la più veloce di tutti.

     

    L’animale sapiente.

     

    June 09

    Qui

    Qui

     
    esito impazzito di un piatto solo

    dove musica è cantilena dormiente.

    Un esercito di piccoli me, sacrificabile al rossetto,

    recinto di tutti i passi lasciati tra i denti

    quando il terreno cede oltre il frastuono.

    E cedono le casse spossate da tanto silenzio,

    e la crepa sul muro che ha detto la sua

    tranciando la cicatrice nel petto.

    Caos è perdita esangue di sostanza

    - come vorrei vedermi davvero -

    che non immagina ma pialla ogni prominenza.

    Io sono qui, ripeto alla tela scrostata

    che pende intenta nel suo impasto

    all’idea di essere.

    L’importante è restare svegli,

    come se la voragine che risucchia le scarpe

    sapesse bene a cosa va incontro.

    Oggi è il giorno nuovo e io passo diversa la stessa strada.

    Diversa dal poi, dal mai, dal detto, da ogni incontro nuovo.

    Ho pensato di mettere più sale,

    una finestra dove non c’era

    e qualche ingorgo di passanti ignari

    e certi che il male sia cosa d’altri.

     

    Sono qui,

    nel dubbio che queste mani siano le stesse

    di quelle che per una volta hanno stretto le tue

    e nella gola il sangue

    come diritto di degustazione,

    Lo ripeto e lo dico per credere ancora che sia vero.

    La bocca sapiente sa di certezza mentre biascica del futuro.

    Forse saremo spazio.

    senza cedere ai silenzi, appesi allo specchio

    per offrire tutto quanto io ho

    due parole che sono miscela da ingoiare serenamente

    e succhiare con attenzione.

    Attesa. Non so chi sono,

    ma sono qui in un dove fruito da sempre

    quotidiano tanto da farsi temere sale.

    Chiusa nel petto, assicurata. Sono qui,

    tra le paure a raccogliere resti

    che frantumati cadono

    cadono

    cadono.

    Mi piego e raccolgo anche me che tutta cado

    e mentre prendo su, cado ancora.

    Ridondante, disturbo bipolare che non soffoca

    ma inciampa in altre strade.

    Poche sfumature nelle immagini grigie che si lasciano violare

    sesso consumato oltre la carne.

    Ed è ancora sangue, il mattone che porto dentro

    che - non ci crederai mai - ha necessità di nutrirsi

    e divora le nocche, le dita, poi tutto il palmo delle mani.

    Monconi le braccia paiono errori.

    Di natura.

    Così le gambe, dopo i piedi

    pasto di parassiti seduti in poltrona

    e io mi guardo come fossi una cosa.

    Senza pena né male.

    Fin quando striscio, vivo.

    Lento atto del corpo che non arrende.

    Senza coraggio solo con l’energia per rompere l’ultimo piatto.

    Solo.

     

    Sono qui.

     

    Posso farlo

    sostanza

    senza maschera

    impassibile

    al volto chiuso.

     

     

     

    July 13

    Dondola (versi di S. Becket)

    Dondola

     

    Ascolto mentre guardo fuori. C’è sempre una finestra oltre la quale cacciare via il pensiero, la possibilità di vederlo risucchiare dal paesaggio intorno e magari sparire per un po’.

    Anche io con lui.

     

    Ha impiegato meno di tre minuti per scaricare il file. La linea analogica è veloce e il cursore verde procedeva spedito, senza intoppo. Avevo clikkato “salva” e scelto un percorso.

    Un percorso per il tuo file. Il tuo spazio.

     

    Becket ha fatto il resto. Strano a dirsi ma vero.

     

    finchè infine

    giunse il giorno

    giunse infine

    a capo d’un lungo giorno

     

    ed erano giorni che giravo attorno al suo “Dondola”, lasciandomi dondolare da quel movimento lento, ricalcato nel ritornello che lagna scricchiolando

     

    seduta alla sua finestra

    tranquilla alla sua finestra

    unica finestra

    di faccia ad altre finestre

    altre uniche finestre

     

    così io, ora. Seduta alla mia finestra. E’ pieno giorno che non vedo. Sei entrato tu, in questo giorno, in questa vita. La mia vita. Le tende su. Sopra gli occhi un velo. Ho aperto il file. La fotografia di una voce. Di quelle strade percorse cieca. Illuminazione volontaria, decisione di mostrarsi

     

    un’unica tenda su

    niente di più

    mica d’una faccia

    dietro il vetro

    di occhi affamati

    come i suoi

    di vedere

    essere visti

     

    e ci muoio sui tuoi occhi, filtrati da lenti che non mi permettono l’ingresso. In questo giorno. Solo un giorno. Come tanti giorni. In cui compari dentro. E ora sei qui. Nelle mie cose. Fra le mie carte, i pensieri, i fogli stanchi di tanti giorni. Troppi per come ne avevo visti passare. Questo giorno. E’.

     

    così che infine

    a capo d’un lungo giorno

    scese giù

    giù lungo le ripide scale

    tirò giù la tenda e giù

    dritta giù

    nella vecchia dondola

     

    per questo dondolo. Ti guardo e dondolo. I capelli corvini, introversi, indocili. Tiro giù la tenda. La tua bocca, il limite esatto del suo profilo. Le labbra. Mangiano. Il naso. Annusa. Il viso. Guarda. Giù la tenda per guardarti e trovarti. Eccoti. Eccomi. Eccoci. In questo strano giorno. Dondolando. Smarrisco. Perdo dolore e tempo. Anno dopo anno. Il nero trasformato. Seduta a dondolare. Desidero. Questo spazio obliquo contenuto di te.

     

    e dondolò

    dondolò

    con gli occhi chiusi

    a chiudere gli occhi

    lei per così tanto tutta occhi

    occhi affamati

    tutt’intorno

    in alto e in basso

    su e giù

    alla sua finestra

     

    Zoom avanti, rimpicciolisco il resto. In alto e in basso. Evanescente immagine di un luogo che non conosco. Tu sei lì. Io non ti conosco. Dondolo cercando. Dondolo sperando. Un giorno. Alla fine di un lungo giorno. Tirare giù le tende. Così le mani potrebbero sfiorarti. Chiudo gli occhi. I polpastrelli divorano la tua pelle. Profilo e fondo. Come in un bicchiere, in un lutto, come la gioia. Occhi affamati. Non sapevo fino a questo giorno. Di fame e arsure, di carestie. Non lo sapevano i miei occhi.

     

    seduta alla sua finestra

    tranquilla alla sua finestra

    tutta occhi

    tutt’intorno

    in alto e in basso

    in cerca d’una tenda su

    niente di più

    mica d’una faccia

    dietro il vetro

    di occhi affamati

    come i suoi

    di vedere

    essere visti

    no

     

    vorrei mi guardassi. In questo giorno. Ho tirato giù le tende. Il tuo sguardo dentro. Su e giù. Più in là. Oltre. Il mio corpo fatto d’occhi. Qui ora. In questo giorno. Per essere tuo. Il respiro. Alto. Fuori dalla finestra. Occhi come mani. Le mie. Le tue. Che non conosco. Che non conosci. Ascolto. La tua carne che parla. Cosa accade? Dici. Lo dici in questo giorno e apri giorni. Alla finestra aspetto. Mentre mi cavi gli occhi. Statico lontano. Eppure sento. Le scale di corsa. La voglia che non attende. Sento e aspetto. Urgenza. Ora. Qui. Tranquilla alla finestra. Sei dentro di me. Inverso al movimento. Dondoli. Dondolo. Dondoliamo. Le tue mani. Ancora scendono. Le scale. Silenziose ascoltano. Le tende. Coprono la discesa. Scendi. Attraversi le mie voglie senza sorridere mai. Scendi dondolando. Fino alla mia sedia a dondolo. A capo d’un lungo giorno. Sei sotto. Nuda. Pelle senza veli. Nessun altro desiderio. Tu. Su e giù. Entrando.

     

    d’una tenda su

    come la sua

    appena appena come la sua

    un’altra tenda niente di più

    e un’altra creatura là

    dietro il vetro

    un’altra anima vivente

    un’unica altra anima vivente

    finché giunse il giorno

    giunse infine

     

    infine. Altra creatura. Anima spessa di questo Occidente lontano. Oltre il vetro. Oltre nell’indentro. Perché sei qui. Dietro il vetro. La mia parte. Anima vivente. Altra. Che siedi qui accanto. Spessa e accesa. Gli occhi. In ogni luogo. Apro e tiro giù le tende. La mia. La tua. Ho bisogno del.

    Dieci sensi. Per capire entrare e uscire. Da me. Da te. Questo dice fuori dalla finestra. Questo sto gridando. Mentre sale la paura. Guardo il tuo sguardo. Mano nella tua mano. Le labbra che scrutano lo spazio. Giù e su. Anima di vetro, anima vivente. Giungesti infine. Lontana. Un giorno. Silenzio opaco. Avverto te. So che ci sarai sempre. Scritto nello scricchiolio della mia dondolante essenza. Spiegami l’ultimo senso. Questo che mi conduce. Giù e su. In te. Inchiodata dentro. Inchiodato dentro. Dondolando.

     

     

    e la dondola a dondolare

    a dondolare ancora

    così che infine

    a capo d’un lungo giorno

    scese giù

    infine scese giù

    giù lungo le ripide scale

    tirò giù la tenda e giù

    dritta giù

    nella vecchia dondola

    delle braccia finalmente

    e dondolò

    dondolò

     

    ed è lama il tuo sguardo. Dondola. Lama che s’intreccia alla mia carne. Liquefatta. Sottile linea tra le braccia. Finalmente. Le braccia. Sottile non s’incurva incide. Incidi. Lungo le ripide scale. Sventri e divergi. Cuspide che tagli. La vecchia dondola trema. Così il mio vuoto. Inciso. Sanguina. Tiro giù la tenda e giù. Dritta giù la tua lama. Penetra. Dritta. Nel mio odore. Sordo. Cieco. Fino a quel giorno. Questo giorno. Dondolare. Dondolare. Sulle tue lame. Questo faccio delle braccia. Finalmente. Le tua braccia che abbracciano. Stringono. Svengono giù. Su io. Sopra di te. Esangue. La finestra che sbatte. Tuona. Rimbomba. Su e giù. Rimbomba. Ora. Infine. Io sopra, tu sopra. Astuto il legno che non si sottrae né divide. Muove corpi. Elimina spazio eccedente. Un file. Desiderio. Un file. Occhi. Un file. Tu. Ora e ancora. Giù. I tuoi capelli. Nei miei.

    La vecchia dondola. Macerie. Dondolò. Infine scese giù.

     

    fino al giorno

    a capo d’un lungo giorno

    in cui disse

    a se stessa

    a chi altri mai

    tempo che la finisca

    tiri giù la tenda e la finisca

    tempo che scenda giù

    giù lungo le ripide scale

     

    ripida. La paura. Lama che non lascia scampo. Tempo. E’ solo questione di tempo. A capo d’un lungo giorno. Tempo che la finisca. Finisco prima di finire. Finiscimi. Mi finirai. Arriverò alla fine. Fondo. Giorno senza tramonto. Voglio appoggiarmi al tuo petto. Finire. Chiudere il cerchio. Astratta attraggo forze contrarie. La lama precipita giù. Rivoli a perdere. Ematica presenza di ferro. Le braccia legnose che stringono. Non soffoco. Prendo aria. Dondolando. Le ripide scale. E’ tempo che la finisca. Resta. E’ tempo che la finisca. Non andare. E’ tempo che finisca. Giù le spalle. Giù il tempo. Giù il suono. Silenzi. Dondolanti. Le mani. I tuoi occhi. Silenzi. Il tempo per te. Silenzi. Il tempo ingiusto. Silenzi. Tiri giù la tenda e la finisca. Cosa accade? Il luccichio confonde. Giù la tenda. Ti desidero come il vuoto. Idea. Vuoto. Sopra e sotto. Ti desidero. Amo la luce che confonde il tuo profilo. Istantanea. Non so chi sei. Istantanea. E’ tempo che la finisca.

     

    no

    finito con questo

    alla dondola

    delle braccia finalmente

    dicendo alla dondola

    dondolala via

    turale gli occhi

    a fottere la vita

    turale gli occhi

    dondolala via

    dondolala via

     

     

    * In corsivo i versi di “Dondola” di Samuel Becket.

    June 08

    Resta

    RESTA

     

     

    Resta

    che il suono di questa parola

    mi piace sa di bucato e

    della pioggia nel parco

    la vecchia cicatrice che chiama

    il temporale e ritaglia ortensie

    dai tuoi sperticati virtuosismi

    quando ti tocco e ti trovo

     

    restami addosso

    con le mani nei calzoni

    perché  è  in questo viaggio

    che ora mi fermo

    l’estate si prepara afosa

    e forse cadrà il governo

    magari non sarà la nuova

    energia ad accenderci la luce

     

    resta

    in questo spazio 12

    un font strano che incolla le é

    anche se ti chiedo

    sillaba storta agganciata

    al verso dell’orso infatuato

    che digrigna versi all’universo

    mentre ti piaccio i denti

     

    mi odio nella ripetizione

    eppure la ricerca è puntigliosa

    la pelle ha già detto tutto

    quello che sa

    per questo, tu, resta

    nelle mie notti di fiato

    sotto il lenzuolo guardone

    dentro ogni ruga distesa.

     

    Sofrologia e sessuologia clinica

    SOFROLOGIA E SESSUOLOGIA CLINICA

     

     

    Succede per caso. Magari è un po’ che lo stai cercando e quello non arriva. Aspetti e ti convinci di non avere fretta ma sai di mentire. Lo studio dell’analisi di un complotto. Intrigo. Strategia.

    Ho deciso per un abbigliamento sportivo, tanto per mettere in chiaro, da subito, le mie intenzioni. Nessuna magia. Magari indosserò una camicia bianca, senza maniche, con un maglione accogliente ma attillato. Il jeans è d’obbligo, come le scarpe da ginnastica. Tu mi dirai che non hai tempo per cambiarti, sarai costretto nel tuo doppiopetto gessato, camicia francese con i gemelli di platino, che il grigio ti piace tanto, ma senza cravatta, che quello lo concedi volentieri.

    Non esagero nemmeno col trucco, lo trovo inutile, tanto la maschera la indosserò comunque. Continuo a pensare alle tue parole

    «Hai paura di invecchiare, altro che storie…»

    Ti sei improvvisato psicanalista solo perché ti avevo detto di non aver voglia di scopare con te. Mi sembrava di essere stata piuttosto chiara, una frase semplice, senza troppi fronzoli, così come mi ero consigliata da sola, cercando di non ferire troppo il tuo orgoglio di maschio.

    - Carlo caro, mi dispiace ma martedì sera non verrò, non ho più voglia di prendermi/ti in giro -

    Forse era stata la barretta separatrice, forse il fatto che te lo avevo scritto in un messaggio privato di una chat, fatto sta che non mi hai creduta.

    Expired, hai risposto, chiudendo con un “non mi sentirai mai più”. Ed io che ti credevo un uomo tutto d’un pezzo sono rimasta esterrefatta da tanto sentire. Certo che, da parte mia, non è stato molto elegante mandarti a quel paese con un messaggio, ma oggi si usa così, lo fanno anche i filosofi. Non mi aspettavo nemmeno che avresti insistito ancora, aggressivo, che se non fosse stato un messaggio scritto avresti avuto un tono di voce alto “ti ho cancellata” frase ad effetto che mi ha dato i brividi e fatto sentire quanto sei uomo. A dire il vero non posso nasconderti il terrore che mi ha dato pensare alla mia vita senza di te. La mente ha ripercorso tutti i nostri momenti più belli, il tempo trascorso insieme, tuttavia ci ho messo un po’ di tempo, perché il rewind pareva inceppato, soprattutto dal fatto che negli ultimi quindici mesi non c’era traccia di te nei miei giorni. Tredicimila ore senza vederti mai a parte cinque mail e tre sms dove mi chiedevi di vederci per cena. Io sarei stata la cena.

    Però nel momento in cui ho rintracciato i nostri momenti insieme, devo dire che la commozione è stata grande. I miei ricordi si sono fusi in un piovoso inverno romano, due caffè e un parcheggio squallido ma sul mare, Ostia mi pare, dove in macchina ho smarrito le tue mani dentro di me. Bello. I vetri appannati, un vago ricordo dei miei vent’anni, e sì che mi piace avere la sensazione di tornare ragazzina. Poi l’aereo, c’è Milano che aspetta. Così ti vedo scendere dalla macchina, io nessun segno né dentro né fuori, tu la camicia un po’ stropicciata.

    Per educazione ti ho chiesto «Quando ti rivedrò» «Mi rivedrai? Non l’ho mai pensato» avevi risposto sardonico. La valigetta ventiquattrore, il mocassino Prada, nero, l’orologio al polso ultima moda della seria uomini coraggiosi e la faccia da imbecille si stavano muovendo verso le partenze, quando ho capito che non si era spostato niente. Nel senso che, tutto quello che era accaduto sembrava mai accaduto. L’ho trovata una sensazione particolare, tanto da pensare di aver trovato una emozione nuova. Invece dopo aver acceso una sigaretta e tirato giù il finestrino, non l’ho trovata più. Deve essere colpa dell’emancipazione femminile che ci ha rese fredde, anaffettive, superficiali, molto simili a voi per intenderci.

    “Arriveremo a pisciare in piedi come gli uomini” ha detto Irene ieri mattina e mi aveva fatto effetto, perché lei è una signora bionda, elegante e colta e quella frase non mi sembrava per niente adeguata alla figura che avevo davanti.

    Invece aveva ragione. Perché andando in profondità la sensazione è davvero quella ed è forse per questo mio sentirmi maschio che non ho più cercato il tuo sapore, come capita a te, vero?.

    L’ho confuso presto con quelli di altri, molto somiglianti per giunta, e che, nonostante mi fossi affidata all’intuito, dico quello femminile, ho continuato a crederli uomini. Invece erano folletti.

    Straordinario scopare con un folletto, è una esperienza che auguro sempre alle mie amiche e quasi tutte hanno avuto l’onore di incontrare la stirpe dei Peer Gynt, gli uomini dei pensieri non pensati, delle opere non compiute, degli ordini non dati. Rielke li aveva definiti “di una violenza senza pari” perché esiste l’eccezione che conferma la regola. Viva Dio.

    Si fregiano dello slogan “io stesso” e rinfrescano quel finto narcisismo all’ombra delle loro non scelte.  Divertente l’alone di apparizione sparizione che si lasciano dietro, eredità di tutti gli ottusi 007 che hanno ingurgitato da piccoli. Il mio analista lo dice sempre «Non è tutto oro quello che luccica» che a dire il vero l’ho sempre trovata una frase di una retorica sconcertante, abusata, banale eppure calzante, perché il bagliore è accecante a tal punto che pare impossibile essersi sbagliati.

    Tornando a noi, puoi ben immaginare la mia costernazione nell’aver appreso che “ti mancavo tanto”. Ho continuato a pensarci per qualche minuto dicendomi “pensa se non gli fossi mancata così tanto” vista la tua non presenza assidua nella mia vita. Eppure, nonostante quello che verrebbe da credere i miracoli esistono. Perché l’altra mattina di punto in bianco mi mandi un sms infuocato e mi inviti a cena.

    Allora mi dico che forse quel “Non mi sentirai mai più” si riferiva solo a “tutte le volte che avrò già da fare ma se mi capita una sera dove proprio non so sbattere la testa allora sì che mi sentirai, tutto mi sentirai, e poi ti prenderò, ti farò, ti smonterò, ti dirò, ti aprirò, ti leccherò, ti berrò, ti entrerò… ti piace?”

    Che fatica!

    Dico riuscire a farti entrare quando sei abbacchiato e non sai perché, che è la prima volta che ti succede e che forse ti eccito troppo e che la prossima volta andrà meglio e invece la prossima volta è uguale e allora lo stress, l’inquinamento, l’ICI e il traffico e tua moglie che non dorme perché ha i calori e i figli piangono.

    Però dopo due ore accade che ti siedi tranquillo al tuo tavolino con quello spettacolo di monitor davanti e puoi ricominciare la recita. Ho letto: “la vita non è solo internet, per fortuna c’è anche il computer” che illuminazione, persino i grandi intellettuali del secolo scorso avrebbero faticato a rendere in maniera così chiara e innegabile la nostra realtà. Già perché poi, appena il collegamento è avviato, inizia la trasformazione.

    Eccoti!

    Una meraviglia, l’uomo vero, il duro dal cuore tenero e il membro grosso che (ma guarda che culo) desidera proprio te e non ha mai conosciuto una donne speciale come te, unica come te, un sogno come te. Bella, anche se non ti ha mai vista, intrigante e sexi, intelligente, acuta, simpatica, spiritosa, divertente, agile?, invertebrata, inesauribile, indecifrabile, enigmistica (eheh), minaretica, che ti farei i capezzoli così, con le mani così, con le labbra così e la gola e lo stomaco e la messa in piega ai capelli. Godi? Certo che godo.

    Infinite ore a raccontare favole di notte, come solo Sherazade conosce e che a pensarci bene le Mille e una notte mi pare il prototipo intelligente della chat.

    Resta che ad un certo punto la voglia sale ti porta ad organizzare il primo incontro: LUI «Che emozione, oggi ti vedo, mi tremano le gambe»; LEI « Sarà bellissimo»; LUI «Sai ti immaginavo proprio così»; LEI «Davvero? Io proprio no».

    Così inizia la separazione devastante degli universi, tu che non capisci che sono delusa e non so come uscire da questa situazione e per di più mi fai il moccolone sputando salivazione esagerata e complimenti, dello stesso genere. Bene, qui entra in scena l’archetipo maschile che mi riconosco e metto in piedi un favore a te e una buona azione per me, per cui ti lascio fare.

    Aspetto che inizi la tua esplorazione, accaldato, rosso, indeciso, tentennante e mentre aspetto mi vengono in mente tutte le cose che mi hai scritto e che qui non ho nemmeno il coraggio di ripetere tanto mi avevano devastata e resa sicura del tuo istinto animalesco, ferocemente maschio che, mentre aspetto, sta andando a farsi fottere (beato lui). Dopo un po’ affranta, invento una disperata respirazione bocca a bocca, ma la situazione è drammatica, pietosa o meglio, commovente comunque fra gli affanni e le rincorse, arrivi  in paradiso. Ma la questione è un’altra, che magari a tutto questo si potrebbe porre rimedio ingerendo la mitica blu per buona pace di tutti i titubanti del mondo, il problema serio invece è che quando questa triste storia si conclude (in tragedia, per me, ovvio) raggiante parti con una sviolinata sulle tue, ineffabili per la mia maschia e insensibile sensibilità, doti amatorie. Così rare al giorno d’oggi. E ricominci a incensarti, imbottito di quella insensata boria che ti convince della tua magica prestazione, un recupero sinoviale del miraggio, della fantasia che spera nella realtà. Io ti guardo, stupita e mentre lo faccio mi chiedi «Ti è piaciuto?» (Gaber sussulta) poi continui senza aspettare la mia risposta «Una donna come te merita un uomo vero, come me». Svengo.

    Per questo ho cambiato idea e mi sono messa il pigiama, ho acceso la televisione e aperto una birra, ti mando ancora un sms ma questa volta non cerco di essere sincera, nemmeno delicata, faccio quello che ti piace:

     carlo caro, questa sera proprio non posso, e’ esplosa la lavastoviglie investendo in pieno il frigorifero, sono al pronto soccorso - 

    Risposta: - Tesoro mio non ti preoccupare, tu pensa a loro, ti sono vicino, come sai -

     

    Ma che due maroni, dice il mio amico romagnolo, lui sì che è un fico, questo lo devo riconoscere.

     

    Crucis

    CRUCIS

     

     

    Non ha movimento il corpo di donna ripiegato nell’angolo buio della stanza.

     

    I due tortores, lì accanto, hanno il respiro grosso. Dell’attesa. Tipico di una esaltazione alienata che per essere goduta appieno deve ancora trovare la sua dimostrazione concreta. Solo i gesti nervosi delle loro mani e gli sguardi complici che si scambiano sottolineano il fatto che quel lavoro non è finito. Una pausa prima della risoluzione finale. L’esito ultimo di un programma che si sta avviando alla conclusione.

     

    Lei tiene le mani abbandonate contro le caviglie nude e livide che conservano i segni dello scontro. Anche i suoi occhi, ora chiusi, tradiscono, nel loro spasmo, il dolore dell’aver visto troppo. Tra le spalle piegate, il collo compie una curva su se stesso, marchiato da due strisce bluastre che sembrano una catena. Segni di percosse pesano anche sulle braccia e le cosce; e i piedi si ostina a tenerli piantati sul pavimento, come fossero un baluardo da contrapporre alla paura. Per questo le vene della gamba dalla caviglia attraversano il collo del piede e gonfie s’infilano nella pelle chiara fino alle dita.

    Alluce, Illice, Minulo.

    Non ricorda gli altri.

    E’ questo che sta pensando quando inaspettata una mano l’afferra per il gomito e la trascina sul pavimento fin sotto la luce, al centro della stanza.

     

    PRIMA VOCE (Edore)

     

    Sono Edore, io che non svelo.

    Caduta fra le sue braccia nell’inganno di saperlo uomo. Prostrata di fronte al desiderio di quel corpo che sentivo vivo dentro me. Io, aperta , braccia e gambe, che del mio sesso feci giustizia immolandolo al sacro vincolo dell’esistenza. Dove in ogni corpo ho sempre riconosciuto il suo, oltre la carne e tutti i sapori che ho sublimato. La mia lingua ha testimoniato i suoi sapori, tra gli altri cercati e goduti solo perché lui era lontano, distante, distratto. Ho aperto la porta del supplizio e dello strazio dei sensi ho fatto estasi, sprofondata nel desiderio di essere strumento di quelle mani che hanno stretto i miei seni fino a berne voluttà. Ogni mia soglia era per lui così che potesse farne uscio ed entrare e uscire al tempo dei miei orgasmi. Liquida la mia anima adagiata fra le sue oscenità ha viaggiato negli abissi, facendo marea la pelle e arco del corpo. Non trovai mai altro amore che il suo e di questo feci il mio danno. L’alterazione di ogni altro volto nella distruzione di ogni amato che non fosse lui. Ho vagato la terra, leccandone lo scempio, per cercare solo di liberarmi da questa ossessione. Sconfitta tornai a lui che non mi volle più dilaniata dal desiderio, ma serva del suo non senso.

     

     

     

     

     

    L’applauso parte incerto per divenire, dopo poco, una esortazione convinta.

    Poi s’affievolisce.

       Qualcuno si schiarisce la voce per non doverlo fare durante la rappresentazione.

       Quando anche quel leggero brusio s’interrompe, il teatro resta muto. Per questo il direttore d’orchestra apre le braccia e lascia la sua bacchetta vibrare in aria verso i musicisti e loro devono aver compreso perché  la melodia si dispiega e prende forma.

    In platea qualcuno si sporge per osservare meglio, mentre dai palchetti, in galleria, tutto appare nitido e chiaro, anche se la vittima è ancora sdraiata a terra.

    Indossa una veste chiara, lacera e macchiata da sporco e sangue. Una spallina è stata strappata, forse nel tentativo di tenerla ferma quando aveva provato a reagire. L’altra è appoggiata alla spalla e impedisce al tessuto di mostrare i seni.

    La melodia accende il teatro e lei improvvisamente si dimena come in preda al panico e sbatte più volte la testa sul pavimento. Una specie di ululato si alza tra gli spettatori, un grido di disapprovazione, di rabbia. Incitano i due uomini a fare qualcosa per impedire che lei si faccia male prima del tempo. Allora uno dei due le pianta un ginocchio sulla fronte e le blocca il capo a terra. Poi le lascia voce.

     

    PRIMA VOCE (Edore)

     

    Si può vivere come ombra di un sogno mai avverato?

    Questo fui ai suoi occhi, l’illusione di un amore che in se stesso prendeva forma e sostanza, fino a scindersi e assumere sembianze di dea.

    Un  fantasma immaginato donna, una totale trasfigurazione che astraeva la realtà negandola e confinandola nell’inimmaginabile.

    Solo ai suoi occhi.

    Non ai miei.

    Perché avevo armi affilate e le mostravo impavida e certa che non fossero confuse con i giunchi e le ninfee. Lo inventai saggio e spazioso da poterci mettere dentro il dubbio.

     E l’ho amato senza consuetudine, giorno dopo giorno, ignara del suo cancellare di me ogni passo, nell’idea che l’unico movimento possibile fosse quello da lui designato. Così che senza posa m’indicava la strada al pensiero, al sentimento, all’eros, come fosse da me spontaneamente intrapresa e non quella da lui imposta.

    La violenza non traspare sempre con la ferocia che sappiamo riconoscerle, per questo tornai. Sapendo di essere altro e sperando che prima o poi lui se ne sarebbe avveduto.

     

     

     

    Il sangue rappreso intorno agli occhi forma una cortina densa che le impedisce di mettere a fuoco la scena. Così come la luce fastidiosa che ora le è addosso la costringe ad aprire e chiudere più volte le palpebre. Eccola mischiata al puzzo di sudore dei suoi vessatori, confusa a quello dell’alcol che hanno tracannato prima di alzarsi dalle loro sedie.

    La trave le oscura gli occhi come un sipario. Improvvisa. Causando un inatteso bagliore. Una cecità luminosa che in pochi secondi viene risucchiata dall’ombra che subito dopo l’avvolge. Un nodo gonfio che le cinge la nuca. Le mani, ora più di due, le afferrano polsi e caviglie poi la stirano aprendola. Una sottile X, quel corpo dilatato.

     Scosso e seminudo, delicato come di bambina.

    Cerca di ribellarsi voltando la testa da una parte e dall’altra fino a sollevarla.

     

     

    PRIMA VOCE (Edore)

     

    Io, Edore, ho cavalcato le mani per pregare in silenzio, ho cercato il vero oltre la forma per dare a lui la mia sostanza, io che ho fallito.

    Fallito perché la sua perquisizione non contemplava me, ma solo l’idea che aveva plasmato di una me mai esistita. Lui ha amato solo se stesso attraverso i miei occhi, tra i seni che stringeva, nelle labbra che succhiava.

    Che l’amore fosse vessazione, l’inganno del suicidio, non potevo immaginarlo.

    Io la sua immagine riflessa per questo ora trucidata. Perché lui possa salvarsi.

    Io, Edore, negata al mondo perché solo per lui potevo profumare di buono. Condannata dal corpo amato all’amore che non ho mai compreso.

    Ho tradito me per prima, questa lei inadeguata ai miei stessi occhi, cercando il moto continuo del mare nelle mani di altri uomini. Affamata del tutto e attraverso il tutto, del nulla. Parte di mille parti diverse. Mai unica né bella, mai doma nel suo andare ingordo, eppure arresa al cospetto di colui che ne faceva pasto.

     

    E’ una sorta di gabbia quella che lo cala dal cielo. Tre pareti di sbarre ornate da drappi di tessuto viola e rossi. Scende come un demonio con le braccia aperte e le mani aggrappate al ferro. La tunica è nera come il cappuccio che indossa, senza occhi. Aspetta il tripudio per togliere la maschera, e l’ovazione dei suoi proseliti non tarda a farsi sentire appena tocca terra. Le esortazioni, come grida ossessionate, non accennano a placarsi se non dopo sfilato il cappuccio. Il viso spigoloso e senza espressione sembra quello di un fantoccio a causa forse della folta chioma che gli scende sulle spalle. Gli zigomi forti danno risalto agli occhi talmente chiari, bianchi.

    Il cielo sopra il teatro si è fatto buio e la scena ora prevede una luce forte e potente a inquadrare il protagonista. Lui è ancora fermo con le braccia aperte e solo quando tutto intorno è silenzio le abbassa. Scende e subito dopo la gabbia risale cigolando per lasciare spazio ad un thronus coperto da un baldacchino di pelle nera.

    Si siede lanciando uno sguardo feroce verso la condannata che è proprio di fronte a lui.

     

    Le luci ora inquadrano i due tortores che, muniti di scudisci, obbligano la donna fuori dalla scena, trascinandola via. Ricompare dapprima il suo capo, i capelli lunghi e scuri che graffiano il pavimento. E’ piegata sotto il peso del patibulum che quasi le sorregge le braccia. Pare squartata tanto il suo petto è stirato da quella posizione. In platea è silenzio, il direttore d’orchestra concentrato fa smorfie con la bocca mentre lei si muove e avanza. Il mento appoggiato allo sterno per non guardare.

    Sembra diversa ora a guardarla bene e anche il pubblico se ne accorge. Il suo sguardo  è potente e diretto e lei sembra aver recuperato energie e perso la paura. Si aggiusta alzandosi sulla schiena, come una sfida.

    Sejus incalza l’accusa questa volta alzandosi in piedi e prendendo voce.

     

     

    SECONDA VOCE (Sejus)

     

    Sentite?

    Lo sentite il canto della sirena?

    Ammalia il cuore dell’impavido che non resiste e schianta.

    Un canto dolce e calibrato, che ho riconosciuto colare come miele nel profondo delle viscere e risanarle da tanto solitario vagare. Per questo mi persi in lui. Evadendo dal mio stesso corpo per divenire unica essenza con quel dolce veleno che mi inabissò elidendomi nel mio stesso sentire.

    Sembrava vangelo, quel canto e così mi prese forma nelle vesti di colei che oggi vi è di fronte, arrivata per darmi annuncio al solstizio d’estate, come un angelo di dio.

    Blasfemo e vizioso, nascosto nel verso che l’Upupa regala al suo amato.

    Amare e amore.

    Per questo sembrò facile rimbalzare. Per questo non ci fu speranza. Per questo fui arreso al desiderio di morire.

    Ma come può arrecare tanto danno al cuore il solo trapasso di un suono?.

    Amore.

    Una colata di cemento tra le fronde.

    Questo fu, questo è stato e così è.

    Fino a condurmi nella confusione.

    Menzogna o verità, ferocia o dolcezza?

    Le ho dato il cuore, credendola gazzella, indifesa creatura dalle braccia lunghe e gli occhi profondi. Senza accorgermi che non erano braccia, le sue, ma le dieci, cinquanta teste di  Idra ad irretire ogni mio gesto. Ed io, poco scaltro, puro ad accettare di lei ogni pianto, ho consumato tutte le ore nell’attesa dello scoglio tagliente o delle sue lingue appuntite che mi offuscavano gli occhi.

    La vidi Madonna, aspra e sofferente, Musa che del mio amore faceva Arte e solo troppo tardi Medusa dagli occhi di ferro. Per questo le affidai la vita. Divenni sua vita.

     

     

    Per gli spettatori intervenuti, nessuna ribalta solo contorno scenico, l’apparato mentale, il disagio acustico nel quale sono costretti a muoversi. Per questo risulta piacevole e confortante. E’ lì che si rifugiano quando non vogliono capire. Un pubblico mai chiamato in causa, nessuna giuria popolare ma solo voce di una coscienza convocata per uniformarsi al già stabilito e deciso. Perché qui l’ordine è inverso, non serve cercare il colpevole e stabilire la pena che segue una condanna, il titulus è chiaro persino nelle sue inesistenti motivazioni. Qui pubblico e attori non hanno obbligo di farsi un giudizio ma solo quello ratificare l’operato del potere che li guida. Per questo ascoltano silenziosi.

     

     

     

     

    SECONDA VOCE (Sejus)

     

    Fu questo fare insidioso, l’ingannevole arte dell’affabulazione, il gioco della menzogna, l’abilità di creare false realtà. Arrivai a non avere più olfatto che per il suo odore. Una vera ossessione. Lei era ovunque.

    Il mio letto aveva il suo profumo del mattino al mattino, quello della notte alla notte, quando il buio mi faceva delirare per la sua mancanza. Poi la vedevo materializzarsi. No, non materializzarsi, lei giungeva, vera. Reale.

    Mai un sogno.

    Per questo sentivo le sue mani scorrere sulla mia pelle e le mie labbra offerte alla sua carne. Quando livide si appoggiavano mai sazie di nutrirsi di lei e impastarla col sangue, nei denti, nel respiro, in ogni suo sussulto. Montava i miei fianchi, come appesa alle stelle, cavalcando instancabile i miei umori, aperta si legava a me come in un convito senza fine, dove io morivo fra le sue viscere per rinascerle dentro, carne della carne, vita della vita. Perso nelle sue danze per ore mi destreggiavo mescolarle i sensi. Nutrendomi e continuando a bere di lei da ogni bocca fino a lasciarle ogni mio bene scendere nelle sue gole e divenirne parte.

    Per lei il mio corpo era uomo.

    Solo per lei. Per lei sola.

     

     

    CROCEFISSIONE

     

    Affondano nel silenzio del suo volto contratto,  i tortores, lontani dal sentire l’anima che fugge, tra i quarti della luna. S’infila il raggio a ogni chiodo e illumina Edore che combatte il colpo. Due, tre strisce di cuoio, il flagellum incalza, le mani si legano al legno, modulazione di sostanza che cresce e si gonfia nell’attimo esatto in cui i piedi perdono la loro terra. Abbandono dell’archetipo ventre, l’eterno sorvolare nel dolore, la sua leggerezza. Non è ancora icona del reo, ma la sua trasformazione e si confonde alle fibre della croce. Dal pubblico una voce grida “per stillicidia emettere animam” e lei pare obbedire disperdendosi goccia a goccia. Liquefatta. I polsi ora distesi dolgono, contratti nell’inutile sforzo di sostenere il peso e il disgusto di quattro mani che s’appropriano della sua carne. Carezzandola.

    Offesa lei s’arriccia, nessun piacere, solo un umore sordo che scivola tra le cosce per la paura. Uno dei due la liscia da dietro. Un colpo di vento e il profumo gli indora la pelle e il naso. L’animale s’addentra nei meandri della carne mentre il pubblico incita la violazione finale. Sono le dita che entrano e le fracassano il petto, le gambe stringono e tremano. Altre mani s’avvicinano al suo volto, una scala è stata appoggiata al legno e lui vuole farla bere, le offre la posca, l’acqua e l’aceto s’infiltrano nella sua gola graffiandola, poi mirra e vino per gettarla nell’oblio.

    Ma non basta.

    Edore sente ogni cosa. Il dolore la fa invulnerabile e anche quando è una spada a trapassarle il sesso le sembra solo di volare e chiede ancora sofferenza e sfida e grida. Così tornano a percuoterla, ogni colpo uno spasmo di piacere, gusta, assapora la morte che avanza e la minaccia col suo corpo aperto e i capezzoli dritti come spade.

    I suoi seni e il ventre contratti mandano in visibilio il pubblico che grida. Alcuni copulano ingabbiati in una spirale che li risucchia, simulano il verso. Altri si sfiorano ferocemente, altri ancora ghermiscono i seni delle donne che hanno accanto, stracciano le loro vesti. L’orgia sale in un delirio di sangue e morte, di violenza appagante.

     

     Edore disperde i suoi umori nella terra, prima di lasciarsi al mondo, addomesticata solo dalla morte. Edore in croce, sedotta e profanata. Edore e il suo ultimo verso.

     

     

    SECONDA VOCE (Sejus)

     

    Ha sempre negato la verità del suo amarmi negandosi. Per questo caddi.

    Perché non avevo occhi che potevano conoscere il suo male.

    Lei che io credevo Madonna si fece Idra. Idra. Tante teste quante le sue facce che sorridevano fedifraghe al mio sentire.

    Io che non dormivo più, non pensavo, non avevo altro che lei nel mio desiderio.

    Lei e la sua verità, la sua gioia, il suo vivere, il suo cadere. Ne ammiravo ogni gesto, grato al fato di averla fatta per me.

    Ho trasformato tutte le ancelle in ogni suo sguardo, corpi che sognavo fossero il suo. Ingannandomi miseramente, perché quel profumo non ero io a riconoscerlo, bramarlo, ma ogni parte di me.  E se a fatica, riuscivo a illudere i miei occhi, mai fui capace di plagiare la mia carne che cedeva miseramente ogni volta che in questo letto non era lei.

    Dal giorno in cui la vidi non mi sono più nutrito se non dell’idea del volerla con me per secoli. Quel mio corpo, mio e solo, di bellezza e interezza, corpo d’olio e oro che sazia la fam, l’unico di cui cibarmi, il solo fatto per essere da me maneggiato e annusato.

     Carne e orgoglio da mostrare al mondo o fosse anche solo a me stesso, per scoprire di essere degno di vivere la vita.

    Mi sono macchiato dell’infame delitto della presunzione, colpevole per aver presunto la possibilità di essere libero di amare, senza condizionamento e senza confine.

    Amare oltre l’amabile, al di là di quanto sia possibile farlo.

    Amare le sue carezze e desiderare i suoi baci,  io che esisto solo perché lei esiste e respira. L’ho seguita da lontano, sorvegliando i suoi altri amori, ascoltato le sue bugie come fossero verità io che l’amai di un amore struggente e solido che avrebbe sfidato le tenebre, ora pretendo la sua anima per sprofondarla nella notte.

    Godo nel farlo a te creatura subdola che non meriti vita.

    Mi estinguerò di questo amore come la morte.

    Morto.

     

    Si alza dal suo trono e si avvicina al corpo di Edore. Lecca, lambisce la sua pelle, la tocca, la implora. Poi tace. Nel teatro ora c’è solo silenzio. Un silenzio vivo che non vuole spegnersi. Palpabile. Una sostanza che si appiccica alle vesti, all’ansimare del pubblico esausto, allo specchio delle telecamere inebetite, del regista stravolto e di tutta la stampa che, domani, non avrà nulla da scrivere.

    May 22

    Mia Madre

     

    Profilo tattile
    la sua mano
    segna di sabbia
    la strada percorsa
     
    ruvida
     
    come lo stelo della pelle
    che non s’accascia
    sotto gli anni
    che ha misurato
     
    scioglie capelli e fili
    acque astratte
    scivolate nel colore
    della sua tela
     
    liquida
     
    di senso.

     

     

     

     

    Presenze

    Presenze

     

    Forse dormi. L’aria del pomeriggio si appoggia alla pelle. Nebbia che scosto a fatica dai miei respiri e mi lascia sapori in bocca. Come le tue labbra aspre, frutto di un desiderio ancora da violare. Ascolto il sospetto di una tregua agganciata alle mie voglie e non mi spengo.

    Ti intuisco, che del viaggio sembra un inizio; l’aria ancora s’accosta e sa di cose buone, di un pensiero sottratto alla ragione che non mi stanco di pensare. La tua pelle sotto la mia, asciutta, trova una via di fuga nell’annaspare quieto fra le onde di un mare imbronciato o quel gesto sfrontato, del mio dito che si appoggia non a te.

    La fronte spaziosa trafigge questo cuscino. Gonfio, che non ha paura di quello che sto pensando. Io neppure. E oso. Inizio a solcarmi senza pensare alla fine lenita dal sole, che filtra le voci della strada ignare di me, di te, di ciò che accadrà.

    Infilo un gesto. E non è un caso. Lo infilo sotto il braccio stanco che profuma di te. Lo capisco perché voglio annusarlo, nutrirmi del tuo odore profondo e carnoso; una spugna che rilascia lenta il suo capolavoro sopra di me. E mi faccio ara e ti prendo addosso. Ed ora che gioco con il tuo corpo come fosse il mio ti senti e apri verso il soffitto il tuo dire. Mi piaci quando parli, se fai il verso del gufo o della gazzella, se scommetti sul mio sentirti acqua o simbolo, perno dal quale aggredire il mondo. Subisci il mio lambirti che esagera e rifrange sul tuo petto, s’alza e s’abbassa perchè lo sento fra le scapole, mentre striscia dal collo fino alle mie cosce poi risale affranto che quel tempo sia già passato. Io non giro la clessidra, fra le dita stringo tutto il mio esistere che sale.

    Sale per quello che regali alla mia lingua, avviata a ogni tua profondità, arco che s’inarca e poi incurva a razziare il bottino che lasci indifeso su questo talamo che sta cercando le ali.  E tu riscendi, discendi, t’insinui nell’aria perfetta che divide la pelle dalla pelle, strumento gotico a sesto acuto che rimbomba quando entro, ed entri, nella carne che sa di sangue e di miele, che cola e che raccolgo, e raccogli, in questo silenzio curvato dalle tue domande e dalle mani che si aderiscono al soffitto, grate di questa morte d’ambra che si tinge di un pallore oscuro quando mi avanzo in te. Spingo e prendo, lascio e afferro ogni battito a tempo, la sequenza distinta del verbo che si fa traccia e poi cicatrice che non voglio perdere.

    Ti perdo fra le mie cose, i segreti custoditi nel viaggio perché questo potesse avvenire, racchiusi in ogni se che ho lasciato nelle cose della vita. Per questo non hai avversari né inibizioni che la mia voglia possa opporre al tuo spingerti nell’oltre che ho sempre immaginato. E sono corpo e sostanza e ti fai carne e pensiero mentre sbatto il mio ricordo oltre il muro, nella siepe che tra le tue gambe s’è adornata e s’incastra con la mia fortuna di sentirti sopra e sotto, nel lato di ogni me, accanto al destino che si prepara al compimento. Respiro e frastuono, la mia voce si alza, impreca; bestemmio le mani e ogni parte del mio corpo che non ha il tuo contatto, prego il luogo di dio dove fermarmi per non respirare più, tu folla delle mie parole oscene divieni traboccante, immondo essere che si spuma e delira nell’estasi delle mani confuse ai piedi, dello stomaco che è acqua e sete, della gola impetuosa d’accogliere e inabissare il tuo profumo, della schiena che danza nell’orgia del non movimento.

    Ti lego e ti leghi, violento e immoto il corpo reagisce e spezza catene e confini, s’inalbera come la vela sotto il grondare del pianto, il cielo non ha pietà per noi che non ne abbiamo chiesta e schianta sopra l’ultimo senso. L’attimo in cui il respiro non vive e il randagio spiraglio che ho indovinato ti divora, pezzo a pezzo, gustando delle fibre il succo, del tuo piangere energia dalle labbra che pregano una fuga che non concedo.

    Ti chiedo ancora, come corpo che non muore, come fosse un sogno, come sigillo di una utopia che voglio credere realtà.

    Ti chiedo di esistere, di essere, di sostare in questo luogo che non ha ragione e non sente rottura, nessun fragore come il vuoto che ingoia le ore che mi esiliano te.

    April 26

    Il cono

    E’ quando mi ospito
    isolata tra la fine del letto
    e i piedi chiusi al contatto
    che imparo lo schianto,
    l'affilato battito del mento
    per il tuo odore che non pesa
    ma si fa provenienza da incanalare
    nella spirale di un verso tagliato,

    così mi trasloco
    adagiata tra le ombre nude
    che occupano lo spazio equivoco
    nel cono di ogni tuo rimpianto.
    April 17

    La cagna

    L’importante è imparare a sedersi comodi. Postura. Stazione. L’atteggiamento giusto per trovare le parole da scrivere. Nella mente. Perché progettare è complicato. Figuriamoci un pensiero. Struttura e senso. Sembra uno scherzo. Cercare la posizione.

    Come una cagna che ha desiderio di sdraiarsi.

    Questo avrebbe pensato se gli avessi concesso ancora parole.

     

    Non concedi parole perché fanno male, perché quella catena al collo non sei riuscita a spezzarla mai. Cagna. Costretta a vivere vicino alla tua cuccia. Quattro assi per tetto. Una carezza ogni tanto. In attesa. Di quali occhi? Stappi una birra. Prepari due bicchieri. Anche se ora di due non ne hai più bisogno. Due. Per abitudine e per ricominciare a muovere la coda di felicità. O forse è solo fame. Ombra e silenzio. Irreale. In questa stanza che non esiste. Respira. Chi?

    Qualcuno accanto alla cuccia dalla quale guardi il mondo.

    Non era quella la mano che volevi ti accarezzasse la testa.

    Pat, pat. Brava la mia cagnetta.

     

    Tre stanze troppo piccole per contenere tutto quello che senti dentro. Ti muovi come a creare aria. I piedi nudi premuti sulle piastrelle. Prima il tallone poi tutto il freddo, fino alle dita. In piedi attraversi porte, solo tre in quella casa. Ma ad ogni soglia superi un confine. Vorresti sederti perché hai bisogno di farlo. Invece non ci riesci. Come se le gambe chiedessero verticalità per lasciare fluire il sangue.

     

    Dalla camera da letto la luce soffusa di una abatjour, il libro sul comodino è a metà. In ogni angolo di questa casa ci sono libri. Quelli che aspettano pazienti di essere letti e quelli soddisfatti per esserlo stati. Rapporto morboso il tuo che li centellini come una buona grappa. Un sorso da tenere sul palato, nella lingua e poi lentamente lasciare scivolare giù nella gola. Pagina dopo pagina, riga dopo riga. Come tutte le parole ingoiate e mai digerite. Perché trattenute sullo stomaco. Sulla schiena, tra la nuca e la cervicale. Pesano e per quello sanno di stabilità.

     

    Invece nella vita tutto ti scivola via. Perché il dolore va evitato. Terapia consolidata. Negli anni. Lunghi, in cui non hai fatto che fuggire. Ora però che il tappo è aperto, la bottiglia s’è rovesciata sul tavolo spargendo in tutta la casa un odore acre. Di paura e sudore. Del fastidio di questo silenzio fasullo. Sarà a causa della sera, quella sinistra oscurità che ti fa sembrare il divano un promontorio scuro e la sigaretta accesa un faro nella notte. Arde e illumina. Poi s’eclissa. Come il rumore, o l’ombra che ti spia ma che non riesci ancora a vedere proiettata da nessuna parte. Che si muova? Succede anche con gli oggetti. Presenza ossessiva che pesa. Di curiosità. Ti accucci. E’ troppo tardi per temere di aver dimenticato un ospite fra le pareti. Aspetti. Il suo passo falso.

     

    Ombre e sguardi. Rumori. Eppure sei sola. Di questo puoi essere certa. Hai fatto il giro delle stanze fiutando l’aria e riconosciuto solo il profumo di Rosa, la vicina, dolce, al mughetto, inconfondibile; mischiato a quello del suo arrosto. Lo hai riconosciuto perché ha invaso la tromba delle scale e poi si è infilato sotto la tua porta per farsi badare. Rosa cucina sempre il sabato. E’ il giorno del disprezzo. Il sabato arriva il suo amore. Anche un mese fa, quando ha dovuto chiamare l’ambulanza e quasi non entrava nella lettiga quel poveretto tanto è grasso. Rosa ti aveva guardata, ancora inchiodata alla porta del suo appartamento, con il cucchiaio di legno in mano sporco di sugo, nell’altra un tubetto di sonnifero, vuoto e il suono del suo addio mancato. Oggi è un altro sabato. E in quell’appartamento devono aver smesso di giocare con la morte. Magari per un po’. O forse Rosa ha deciso di restare, per paura che lui ingoi ancora un tubetto di veleno e le sporchi il pavimento di vomito e succhi gastrici. E’ per questo che cucina anche se avrebbe voluto mandarlo via, cucina e sorride anche se ha il coltello per il pane in mano e si aggiusta la messa in piega; anche se vorrebbe ficcarglielo nello stomaco. Liberatorio. Perché l’ossessione non si trasformi in mania e la disperazione in dipendenza. Invece ha deciso di salvarlo. E’ per questo che non si perdona.

     

    Spegni la luce e ti lasci scivolare con le spalle attaccate al frigorifero. Protetta e ripiegata taci qualsiasi ipotesi. Senti il suo sguardo fisso insinuarsi tra piastrelle della cucina e tirarsi in piedi, materializzato, lì. Proprio di fronte a te. E’ stato meno di un brivido eppure la tua pelle l’ha accolto, come fosse una abitudine. Invece no. Perché appena apri gli occhi, lo vedi e non lo riconosci.

     

    Piatto e fisso come un orologio appeso a terra. Sdraiato. La bocca è aperta. Ne avverti il respiro. Ritmato. Un suono regolare, come un battito cardiaco. Ma non è cosa di cuore. Profuma di metallo e di morte. Di merce invenduta, gettata in un angolo della strada. Ruggine e sporco. Tutto il puzzo del rancore che ti tiri dietro da tempo. Tempo. Lo sguardo. Fisso. Tic, tac. A incrinare le tue certezze. Tutto ciò che si muove e trasforma.

     

    Tu che lo hai sempre aspettato. Fedele. Anche se l’analista non è d’accordo e dice, meglio prendere delle gocce che ti diano una mano, che tu sei il camaleonte. Cambi. Tu. Non il tuo padrone. Per questo hai una collezione di collari diversi. Dipende dai collari. Non dal tuo umore. Umore. Sudore,  umido. Come il ristagno che senti dentro. Cagna. Che devi avere sviluppato un buon olfatto riuscendo a fuggire da quel pantano in cui ti eri incastrata. A forza di puntare il naso.

    Morto. Tu viva. Costretta nei luoghi comuni. Gabbie senza sbarre. Pensavi fossero di ferro, invece ora sai che esistevano solo perché eri  tu a volerle vedere. Per forza. Per questo ti ribelli e strappi e la collottola si riga di rosso. Perché lo sai che il padrone ti frusterà a sangue.

    Non sei stata buona. Sii buona. Cagna spelacchiata che ringhia mostrando i denti. Al muro.

    Piatto e bianco.

     

    Quelle gocce devono farti male. Perché ora avverti anche il profumo dell’ombra. E sai benissimo che le ombre non hanno odore. Come quella che ti scaldava la cuccia mentre latravi e scambiava il tuo dolore per l’apice del piacere. Brava cagnetta. Pat, pat. Che gode dieci volte. Finta. Perché ti sei addestrata bene. Ubbidisci. Questo è importante. Rassicurante.

     

    Rassicurata quando si è avvicinato, ti sei accucciata, come una cagna sotto un temporale. Tic, tac. E non erano boati o fulmini ma gli ordini scanditi dalla sua voce. Forte, chiara, potente. Nelle orecchie. Devi averla combinata davvero grossa. Avresti voluto scappare. Ma le tue zampe si sono rifiutate. Sottomessa hai aspettato la pioggia. L’acqua primordiale dove tutto ricomincia sempre. Reversibile come il tempo mitico. Tu solo una cagna. Violento il calcio ti è arrivato sul muso, sgranandoti i denti. Uno scarpone da lavoro. La punta d’acciaio. Stordita. Hai fatto finta di essere svenuta. Perché dovevi guardarlo in faccia. Che si avvicini pure. Tic, tac e il manico di legno ti scavava il palmo della mano tanto lo strizzavi con forza. Forza. Quella dell’istinto che cerca il momento giusto. Sentivi il suo fiato sulle palpebre, i suoi muscoli tirarsi per assestare ancora un colpo, quello definitivo. Sei vecchia, non servi più a niente. Avevi aperto gli occhi e mostrato i denti mentre il braccio glielo ficcavi nello stomaco, la lama aveva penetrato la carne molle e sorpresa, senza sangue. Hai continuato a guardarlo mentre il coltello girava e modificando il suo percorso raggiungeva il petto. Una voragine che scodellava fuori l’intestino. Pallido rigurgitava sangue maleodorante che ti scaldava la mano fredda. Non ti sei fermata. Hai continuato su, fino all’osso. Fino ai sussulti, gli scatti del corpo che perdeva vita. Fino allo sbotto di sangue dalla sua bocca che hai preso a leccare. Liquido caldo e familiare.. Allora lo hai amato.

    Quando è piombato a terra, peso morto e gli hai aperto lo stomaco affamata da metterci dentro il naso. Odore di morte di vita. E ti ansimava il petto e finalmente stavi godendo come non avevi potuto mai.

     

    Tic, tac. Il tempo passa. Anche questo sabato. Il tempo. Memoria cancellata. Attesa che non attendi. La tua è giunta al termine e chiede conto e come Parmenide minaccia una realtà eterna. Illusione ogni tentativo di spostamento. Anche il metro di catena che ti stringe il collo è d’accordo.

     

    E’ una lunga notte questa. L’orologio sorride. Tic, tac. E tu apri gli occhi nell’attimo esatto in cui ingoi una manciata di pasticche bianche. Tonde che sembrano un pappone appetitoso. Di carne viva. Per te, cagna morente, che non mangi ormai da giorni.

     

    Senti il movimento entrarti nelle ossa. Il prima e il poi che si fondono. Tic, tac. Armonia di suoni sempre uguali a loro stessi. Come i fatti della vita. Come Rosa e il suo martirio che ora fanno l’amore sul tavolo della cucina. Come i collari che ti cambiava ogni giorno e quella catena che non ti stringe più al collo.

    April 12

    Arrivo

    Arrivo

    nella tua immensa città,
    cane affamato di te
    che con le dita disegna la pelle.

    Arrivo.

    Entrami nel cuore
    di questo vento acceso
    fra i vicoli e la carne
    dove trovare la storia
    la tua storia di uomo


    Vento tra le tue cosce,
    mani sulle tue ciglia.
    Arrivo.
    Tra le parole narrate ovunque,
    le frasi indecenti
    e gli occhi
    nei tuoi occhi
    una tre mille volte.

    Arrivo ad accenderti i lampi.

    Sono lanterne per chi desidera
    fontane che bagnano la notte
    nel resto del tempo che guarda
    questa città distesa
    fra le tue mani
    e il fuoco delle tue bocche

    Bruciami tutto il mondo


    Sorrisi
    incendiari
    ho in serbo
    per te.

    tic tac
    April 11

    La colpa

    Inabissami e non desiderarmi

    sognami e poi maledicimi

    sputami e lisciami con la lingua

    assaggiami e mordimi

    scarniscimi

     

    che di me ti resti la colpa.

    April 02

    Dodici ore

    Aveva pensato che fosse freddo

    nella stanza divelta dalle sue braccia

    e che l’inverno giunto senza pazienza

    improvvisasse le ore corte del giorno

     

    per questo rovistava tra le labbra

    tre sillabe di senso

    compiute nel grido che aspettava

    la notte

     

    al suo profumo dedicò nove scintille accese

    quelle che aveva conservato tra le cosce

    per una vita che attendeva di bruciare

     

    quando ogni rumore fu rinchiuso nella bocca

    la sua candela illuminò l’alba

    dentro

     

    tra le pareti di un gemito antico

    come quelle mani aperte

    dentro sé.

     

    March 30

    Tu boca

    Tu boca

     

    C’era una bocca.

    Una bocca rossa. Rossa come se fra quelle labbra fosse stato acceso un fuoco.

    E c’erano occhi.

    Occhi grandi e scuri. Scuri come il vuoto.

     

    Tu non avevi preso precauzioni.

     

    Invece sarebbe stato meglio esplorare l’ambiente in cui ti trovavi, quantomeno per orientarti meglio, trovare punti di riferimento precisi.

    Quantomeno.

    Ma non l’hai fatto, distratta dal freddo che sentivi entrare nelle ossa, e da quel fumo che usciva dalla tua bocca per ogni respiro.

    Anche da quella bocca. Rossa.

    A tratti pareva anche dagli occhi.

     

    Le mani bloccate dietro la tua schiena erano congelate.

    Avresti voluto muoverle, avresti voluto scuoterle e riscaldarle.

    Ma sentivi solo il contatto col metallo freddo di un bracciale che hai preteso per entrambi i polsi.

    Il tuo regalo di compleanno.

    Ti era subito sembrata una buona idea, te che non ti fermi mai, te che così ti obbligavi a restare.

     

    Hai anche pensato che quella bocca, vicina ai suoi occhi scuri, non sapesse bene di te.

    Per questo non hai avuto paura.

    Ma ora, mentre senti stringere il bracciale ti accorgi del ghigno che si forma tra quelle labbra.

    Così attendi il sibilo sapendo che arriverà. E’ la pausa tra l’atteso e l’imprevisto che ti affascina; quel tempo di sospensione in cui non puoi mostrare nemmeno il tuo profilo.

     

    Incastri il collo tra le spalle senza riuscire a sottrarti a quello sguardo che non perde nulla di te.

    Registri, analizzi e archivi.

    Possibilità. Possibilista tu, che non sai bene nemmeno i contorni del tuo ritratto.

    L’esatto tratteggio dall’inizio alla fine.

    Scolpire la statua a partire dalla materia sarebbe inutile se l’espressione non si traducesse in ciò che realmente sei. Allora scalpello e pazienza e cura certosina per ogni particolare.

    Anche per quello che non hai mai avuto il coraggio di svelare.

     

    Anche la battaglia tra la terra e i tuoi piedi si va facendo fastidia, bloccati pure loro perché diversamente, pensi, non sarebbe stato equo.

    E la terra ne approfitta.

    Quasi volesse inghiottirli tanto li lustra con la sua lingua depressa.

    Formicolano, ma non si dibattono i tuoi piedi, non possono farlo.

    Hanno solo pietà delle tue gambe mescolate a quelle della sedia sulla quale ti sei sistemata perché hai fatto tutto da sola tu.

    Prima loro, uno alla volta fermati dalle mani libere, poi  le mani, contemporaneamente, un solo scatto a unirle come in una preghiera.

    Preghiera per te, anche se non sembri una santa, seduta con le gambe divaricate e le mani incastrate nella schiena. Il viso potrebbe ricordare quello di un Cristo rappresentato da un pittore fiammingo. Allungato. Ma l’aria rarefatta e l’oscurità che volutamente hai cercato denunciano un altro fine. Non la rappresentazione dell’osceno denudare il tuo corpo, non solo,  qui c’è di mezzo l’anima.

    Per questo ora ti agiti e dimeni. Indemoniata. Nemmeno per sogno.

    Solo che è giunto il momento di mettere in atto il piano.

     

    Hai freddo e questo ti tiene in vita.

    Come il conato che senti salire nello sterno insieme a un liquido amaro che ti  scortica la gola. Non lo reprimi e il tepore che si lascia dietro, mentre scivola sul collo, tra i seni fino al ventre lo percepisci come un sollievo.

    Niente da trattenere anche se non è dello stesso parere quella bocca rossa che insinuante ti dice in faccia la verità: tu stai solo prendendo tempo.

    Non ti compiange, nemmeno gli fai schifo è solo distante da te. Dal tuo rigurgito, dal freddo che ti paralizza le braccia, dalla tua aria implorante che a fatica, lei riesce a sopportare.

    Perchè lei sa tutto.

    Così come i suoi occhi scuri.

    E tanto le basta per non lasciarti via di scampo.

     

    Ora fai fatica anche a sollevare il capo. La pelle si è tinta di un colore bruno, violaceo, livido come il neon di quella sala d’attesa, dove avevi pregato che le cose fossero diverse da come le avevi immaginate. Stessa sensazione di quel giorno. Un brivido piatto insinuato fino in fondo al petto che premeva verso l’esterno a tendere tutto il tuo corpo in avanti.

    Avanti.

    Sempre a guardare al domani con la stupida consapevolezza che il passato fosse fonte di stabilità. Stabile come la sedia alla quale incatenata ora ti senti sorella. Perché tra poco anche il tuo corpo sarà inanimato, nessuna percezione dall’esterno. Una interiorità vincolata che dovresti sputare fuori come il vomito che gocciola sopra ai tuoi piedi.

    Il passato non esiste.

     

    Ti aggrappi all’immagine della bocca che hai di fronte, una caverna da evitare.

    Ti aggrappi e butti fuori tempo e storia.

    La tua missione, anche se non hai bisogno di scavare nulla. Tutto è già in superficie, chiaro, affiorato da sempre; solo che non avevi avuto voglia di guardare.

     

    Non badi a spese e compri.

    Compri una bella mattina di ottobre, un marito e un figlio nello stomaco che non ha chiesto di vivere, i baci dei parenti, il reparto maternità e quanti bei fiori, pannolini, biberon, il primo giorno di asilo, Dio che bella coppia, dove andiamo quest’anno in vacanza? Dai amore non ti preoccupare, tutto passerà, facciamo un altro bambino, le rughe aumentano, anche le lontananze, un giorno ti senti brutta, Massimo ha gli occhi belli, un caffè  cosa vuoi che sia, una pazzia, rinsavisci e ricominci. Bollette e pensieri, il pediatra e la mammografia che dopo i quarantanni è obbligatoria, hai i capelli bianchi, due volte al mese dal parrucchiere. Dove sei? Non risponde, così ti accorgi che anche Enrico è una piacevole compagnia. Morale, principi e valori, al fondo di un letto che non è tuo, ma che ha perso ai suoi piedi la tua camicetta e il reggiseno. Non ti umili e non ti arrendi, è solo una spinta per andare avanti e richiami. Perché non rispondi? Il lavoro, sono stanco, ho mal di testa, dove andiamo stasera dai Trodini? Vai a letto che io tra poco arrivo. Non arrivo.

    E’ preoccupato, sai i fatti della vita. Così Marco stasera ti porta a cena. E tu pensi di galleggiare e non ti accorgi che stai affogando.

     

    Non

    parli

    più.

     

    Per questo non è in soggezione quella bocca mentre i tuoi occhi le stanno esplodendo dentro.

    Mani e piedi.

    Ti pareva equo, ma avresti dovuto immobilizzare anche la testa, perché si sottrae e scappa dalla verità. Anche il ginocchio, fermarlo all’altro con una pressa, fino a quando le ossa non ti faranno male, e il calore si accenderà tra le tue cosce. Fino al momento esatto in cui tutto questo incomprensibilmente ti darà piacere. Gusto.

    Il sottile inebriarsi della confusione tra dolore e benessere, quello stato di quiete che nasce dal male e lo alimenta fino a trasformarlo in un placido andirivieni di sensazioni contrastanti.

    Quieto e calmo. Afono. Senza tono.

     

    Fin da piccoli ci alleniamo alla menzogna.

    Per gradi ti fai l’idea di non poterne fare più a meno e ne fai categoria sistemandola tra i compromessi.

    Rassicuranti, i compromessi, abitano il non detto, l’immaginario che quando viene accertato spianta. Perché c’è differenza tra l’immaginare e il sapere e questo lo sai bene tu che ora sei sapiente.

    E’ questo il secondo regalo.

    Meritato per il tuo essere donna, compagna e madre.

    Giusta ricompensa.

    La sapienza.

    Pienezza di cognizioni intellettuali congiunta a ineluttabili doti di equilibrio morale ed elevatezza spirituale.

     

    “Non ti amo più. C’è un’altra donna.”

     

    Ora che queste parole ti hanno elevata, spiritualmente  potresti ben sperare nell’eutanasia.

    Per questo le manette, i piedi torti e legati, lo specchio che hai di fronte e il rossetto rosso spalmato su ciò che resta della tua bocca.

     

    Tu boca.

     

    Ti suona bene l’accento. Un suono caldo e profondo come quello della voce di un uomo. Ne hai bisogno. Per questo hai deciso che il nastro adesivo non lo avresti incollato alle tue labbra. Ti sei lasciata una via d’uscita: la possibilità di urlare forte, Tu boca, con tutta la passione che hai nella carne. Lo sussurri incerta una prima volta.  

     

    Tu boca.

     

    Poi una seconda, la terza, la quarta e non smetti più.

    Le spalle si sono addrizzate e anche i tuoi occhi ora si riflettono nello specchio non più scuri e vuoti. Luce. La tua luce.

     

    Alla colpa, oggi, hai fatto cambiare aria. Questa che si respira qui dentro non è di suo gradimento perché non le piace essere mischiata ai compromessi, le solitudini, i letti vuoti, le parole spente, i passi stanchi. La colpa è donna.

    Come quella che ti ha preso tutto senza avere rispetto nemmeno per se stessa, perché si sente infallibile, forte anche se non ha il coraggio di specchiarsi nuda, immobilizzata.

    Contare le rughe.

    Aspettare il tempo.

     

    Questo tempo che tu invece stringi nella pelle e non vuoi lasciare andare perché a differenza di lei sei viva. Per questo non avverti più la costrizione di questa sedia che ora ti pare un trono, anche se non sarai mai una Madonna. Perché sei cattiva e l’energia che ti anima frutto solo di quella vendetta che sta schiantando i bracciali, divarica i ginocchi, libera i piedi e s’infila in te. Dentro.

     

    Tu boca.

    Rossa come se fra quelle labbra ci fosse il fuoco.

    Pronta a sparare.

     

    Scandalo

    Sente nella carne il pizzico

    lo stridere delle ossa che confidano

    l’implicito precetto

    distinto tra tutte le voci

    che si ammucchiano incompetenti.

     

    Solo l’analisi distorta delle sue vite parallele

    potrebbe legittimare il seno appuntito

    e pieno tra le mani ingannate

    dai falsi sospiri

     

    Troppi danni all’orizzonte

    le adombrano gli occhi

    spifferi di un desiderio esaurito

    prima di nascere

     

    Per questo se ti capitasse d’incontrarla

    potresti fantasticare sulla grazia dei modi

    e scivolare come incauta esca

    presa nell’intransigenza del suo scandalo.

    March 26

    Taci

     

     

     

    Tra le veneziane socchiuse

    s’addensa di pensieri la parete

    appoggiata alle tende

    cede alla terra gli occhi.

     

    Dietro la porta i sogni del giorno

    spessi come il settimo piano della torre

    e lei

    che cerca di non guardare

    dove tutto è piccolo

    perché potrebbe perdersi.

     

    Lei che ha parole e tempo

    e non teme la radice.

     

    Chiude gli occhi. Tace.

     

    Giochiamo alle voci così che io possa darti carezze senza mani.

     

    March 22

    La sostanza del tu

     

     

     

     

    La sostanza del suo essere

    non è scissa dalla spinta

    dei fianchi quando la carne

    ne afferra i respiri

     

    selvatico risuona

    tra le spalle il fiato

    l’ansimare ladro

    del predatore che preda

     

    rinviando gli occhi fino alla nuca

    ride dei suoi denti contratti

     

    è così sempre

     

    quando il fiume fluente

    le adorna la schiena

    e scivola tra le costole accese

    lo spazio e la mano sola

     

    astrazione e peso questo gesto

    come se ieri fosse destino

    e domani l’eterno impianto

    che non trema

     

    lei fra le sue braccia.

     

     

     

     

     

     

    February 01

    Ogni volta che corro

    Flebile stanza
    ipotenusa stonata
    di un sonetto
    partito male

    DO-LO-RE

    Asciuga questa seta
    aspirante aspirato
    amante

    Pazza

    Oscenamente tigrati
    gli occhi
    sperdono
    segreti e suoni

    Dove avresti voluto
    per circa una volta
    sostare

    PER-SEM-PRE

    Di strati i gesti
    spaziano
    tra le solitarie litanie
    che hai creduto pop

    Piango - se succede
    vorrei essere svegliata
    grazie

    Piango

    Quando non rido
    passivamente sopravvivo
    pulsione statica

    Un cielo grigio…

    Cielo!

    Adoro lo scuro piombo
    dei tuoi occhi

    Pusillanime eccesso di vigori
    storti e accovacciati
    grassi

    Anoressica di sentire
    allargo due rami
    che piego ma non spezzo

    TOR-NA

    Torna subito, torna presto
    che ho caldo e freddo

    Centrifugo lana
    Bevo birra

    e aspetto…

    queste mani che non filtrano
    struccate ombre le ore senza te
    ribolliscono di ristagni indegni

    Delirante zoppico
    ancora a metà del viaggio…
    ogni volta che corro.


    December 11

    Parole

    Parole

     

     

     

    Parole

    primi gesti di noi

    saltellate fra gli occhi

    dispersi

    perché la tua pelle scotta

    e graffia la mano l’ora

    che s’accascia in salita 

    stanca di portare via

    l’attimo esitante di te

     

    Respiri

    incrociati di stanze vuote

    urlanti il tuo persistente

    pieno che travolge

    e sbocca

    da chiudere gli occhi

    intimo indimenticabile

    sfiorare le labbra sulle labbra

     

    Aderenze

    delle ferite che hanno lasciato traccia

    come se due fossero uno

    nel bicchiere e tra gli occhi

    è per questo che quando ti guardo

    riemergo da tutto il vuoto

    che s’è acquietato nei miei giorni

    e non trattengo ma svesto

    anche la pelle

     

    e non basta mai

    l’aria che ho respirato

    perché di te la mancanza

    è male peggiore

    di tutto il vano

    incontrato

     

     

    2006, Dicembre