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    June 09

    Qui

    Qui

     
    esito impazzito di un piatto solo

    dove musica è cantilena dormiente.

    Un esercito di piccoli me, sacrificabile al rossetto,

    recinto di tutti i passi lasciati tra i denti

    quando il terreno cede oltre il frastuono.

    E cedono le casse spossate da tanto silenzio,

    e la crepa sul muro che ha detto la sua

    tranciando la cicatrice nel petto.

    Caos è perdita esangue di sostanza

    - come vorrei vedermi davvero -

    che non immagina ma pialla ogni prominenza.

    Io sono qui, ripeto alla tela scrostata

    che pende intenta nel suo impasto

    all’idea di essere.

    L’importante è restare svegli,

    come se la voragine che risucchia le scarpe

    sapesse bene a cosa va incontro.

    Oggi è il giorno nuovo e io passo diversa la stessa strada.

    Diversa dal poi, dal mai, dal detto, da ogni incontro nuovo.

    Ho pensato di mettere più sale,

    una finestra dove non c’era

    e qualche ingorgo di passanti ignari

    e certi che il male sia cosa d’altri.

     

    Sono qui,

    nel dubbio che queste mani siano le stesse

    di quelle che per una volta hanno stretto le tue

    e nella gola il sangue

    come diritto di degustazione,

    Lo ripeto e lo dico per credere ancora che sia vero.

    La bocca sapiente sa di certezza mentre biascica del futuro.

    Forse saremo spazio.

    senza cedere ai silenzi, appesi allo specchio

    per offrire tutto quanto io ho

    due parole che sono miscela da ingoiare serenamente

    e succhiare con attenzione.

    Attesa. Non so chi sono,

    ma sono qui in un dove fruito da sempre

    quotidiano tanto da farsi temere sale.

    Chiusa nel petto, assicurata. Sono qui,

    tra le paure a raccogliere resti

    che frantumati cadono

    cadono

    cadono.

    Mi piego e raccolgo anche me che tutta cado

    e mentre prendo su, cado ancora.

    Ridondante, disturbo bipolare che non soffoca

    ma inciampa in altre strade.

    Poche sfumature nelle immagini grigie che si lasciano violare

    sesso consumato oltre la carne.

    Ed è ancora sangue, il mattone che porto dentro

    che - non ci crederai mai - ha necessità di nutrirsi

    e divora le nocche, le dita, poi tutto il palmo delle mani.

    Monconi le braccia paiono errori.

    Di natura.

    Così le gambe, dopo i piedi

    pasto di parassiti seduti in poltrona

    e io mi guardo come fossi una cosa.

    Senza pena né male.

    Fin quando striscio, vivo.

    Lento atto del corpo che non arrende.

    Senza coraggio solo con l’energia per rompere l’ultimo piatto.

    Solo.

     

    Sono qui.

     

    Posso farlo

    sostanza

    senza maschera

    impassibile

    al volto chiuso.