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June 08 RestaRESTA
Resta che il suono di questa parola mi piace sa di bucato e della pioggia nel parco la vecchia cicatrice che chiama il temporale e ritaglia ortensie dai tuoi sperticati virtuosismi quando ti tocco e ti trovo
restami addosso con le mani nei calzoni perché è in questo viaggio che ora mi fermo l’estate si prepara afosa e forse cadrà il governo magari non sarà la nuova energia ad accenderci la luce
resta in questo spazio 12 un font strano che incolla le é anche se ti chiedo sillaba storta agganciata al verso dell’orso infatuato che digrigna versi all’universo mentre ti piaccio i denti
mi odio nella ripetizione eppure la ricerca è puntigliosa la pelle ha già detto tutto quello che sa per questo, tu, resta nelle mie notti di fiato sotto il lenzuolo guardone dentro ogni ruga distesa.
Sofrologia e sessuologia clinicaSOFROLOGIA E SESSUOLOGIA CLINICA
Succede per caso. Magari è un po’ che lo stai cercando e quello non arriva. Aspetti e ti convinci di non avere fretta ma sai di mentire. Lo studio dell’analisi di un complotto. Intrigo. Strategia. Ho deciso per un abbigliamento sportivo, tanto per mettere in chiaro, da subito, le mie intenzioni. Nessuna magia. Magari indosserò una camicia bianca, senza maniche, con un maglione accogliente ma attillato. Il jeans è d’obbligo, come le scarpe da ginnastica. Tu mi dirai che non hai tempo per cambiarti, sarai costretto nel tuo doppiopetto gessato, camicia francese con i gemelli di platino, che il grigio ti piace tanto, ma senza cravatta, che quello lo concedi volentieri. Non esagero nemmeno col trucco, lo trovo inutile, tanto la maschera la indosserò comunque. Continuo a pensare alle tue parole «Hai paura di invecchiare, altro che storie…» Ti sei improvvisato psicanalista solo perché ti avevo detto di non aver voglia di scopare con te. Mi sembrava di essere stata piuttosto chiara, una frase semplice, senza troppi fronzoli, così come mi ero consigliata da sola, cercando di non ferire troppo il tuo orgoglio di maschio. - Carlo caro, mi dispiace ma martedì sera non verrò, non ho più voglia di prendermi/ti in giro - Forse era stata la barretta separatrice, forse il fatto che te lo avevo scritto in un messaggio privato di una chat, fatto sta che non mi hai creduta. Expired, hai risposto, chiudendo con un “non mi sentirai mai più”. Ed io che ti credevo un uomo tutto d’un pezzo sono rimasta esterrefatta da tanto sentire. Certo che, da parte mia, non è stato molto elegante mandarti a quel paese con un messaggio, ma oggi si usa così, lo fanno anche i filosofi. Non mi aspettavo nemmeno che avresti insistito ancora, aggressivo, che se non fosse stato un messaggio scritto avresti avuto un tono di voce alto “ti ho cancellata” frase ad effetto che mi ha dato i brividi e fatto sentire quanto sei uomo. A dire il vero non posso nasconderti il terrore che mi ha dato pensare alla mia vita senza di te. La mente ha ripercorso tutti i nostri momenti più belli, il tempo trascorso insieme, tuttavia ci ho messo un po’ di tempo, perché il rewind pareva inceppato, soprattutto dal fatto che negli ultimi quindici mesi non c’era traccia di te nei miei giorni. Tredicimila ore senza vederti mai a parte cinque mail e tre sms dove mi chiedevi di vederci per cena. Io sarei stata la cena. Però nel momento in cui ho rintracciato i nostri momenti insieme, devo dire che la commozione è stata grande. I miei ricordi si sono fusi in un piovoso inverno romano, due caffè e un parcheggio squallido ma sul mare, Ostia mi pare, dove in macchina ho smarrito le tue mani dentro di me. Bello. I vetri appannati, un vago ricordo dei miei vent’anni, e sì che mi piace avere la sensazione di tornare ragazzina. Poi l’aereo, c’è Milano che aspetta. Così ti vedo scendere dalla macchina, io nessun segno né dentro né fuori, tu la camicia un po’ stropicciata. Per educazione ti ho chiesto «Quando ti rivedrò» «Mi rivedrai? Non l’ho mai pensato» avevi risposto sardonico. La valigetta ventiquattrore, il mocassino Prada, nero, l’orologio al polso ultima moda della seria uomini coraggiosi e la faccia da imbecille si stavano muovendo verso le partenze, quando ho capito che non si era spostato niente. Nel senso che, tutto quello che era accaduto sembrava mai accaduto. L’ho trovata una sensazione particolare, tanto da pensare di aver trovato una emozione nuova. Invece dopo aver acceso una sigaretta e tirato giù il finestrino, non l’ho trovata più. Deve essere colpa dell’emancipazione femminile che ci ha rese fredde, anaffettive, superficiali, molto simili a voi per intenderci. “Arriveremo a pisciare in piedi come gli uomini” ha detto Irene ieri mattina e mi aveva fatto effetto, perché lei è una signora bionda, elegante e colta e quella frase non mi sembrava per niente adeguata alla figura che avevo davanti. Invece aveva ragione. Perché andando in profondità la sensazione è davvero quella ed è forse per questo mio sentirmi maschio che non ho più cercato il tuo sapore, come capita a te, vero?. L’ho confuso presto con quelli di altri, molto somiglianti per giunta, e che, nonostante mi fossi affidata all’intuito, dico quello femminile, ho continuato a crederli uomini. Invece erano folletti. Straordinario scopare con un folletto, è una esperienza che auguro sempre alle mie amiche e quasi tutte hanno avuto l’onore di incontrare la stirpe dei Peer Gynt, gli uomini dei pensieri non pensati, delle opere non compiute, degli ordini non dati. Rielke li aveva definiti “di una violenza senza pari” perché esiste l’eccezione che conferma la regola. Viva Dio. Si fregiano dello slogan “io stesso” e rinfrescano quel finto narcisismo all’ombra delle loro non scelte. Divertente l’alone di apparizione sparizione che si lasciano dietro, eredità di tutti gli ottusi 007 che hanno ingurgitato da piccoli. Il mio analista lo dice sempre «Non è tutto oro quello che luccica» che a dire il vero l’ho sempre trovata una frase di una retorica sconcertante, abusata, banale eppure calzante, perché il bagliore è accecante a tal punto che pare impossibile essersi sbagliati. Tornando a noi, puoi ben immaginare la mia costernazione nell’aver appreso che “ti mancavo tanto”. Ho continuato a pensarci per qualche minuto dicendomi “pensa se non gli fossi mancata così tanto” vista la tua non presenza assidua nella mia vita. Eppure, nonostante quello che verrebbe da credere i miracoli esistono. Perché l’altra mattina di punto in bianco mi mandi un sms infuocato e mi inviti a cena. Allora mi dico che forse quel “Non mi sentirai mai più” si riferiva solo a “tutte le volte che avrò già da fare ma se mi capita una sera dove proprio non so sbattere la testa allora sì che mi sentirai, tutto mi sentirai, e poi ti prenderò, ti farò, ti smonterò, ti dirò, ti aprirò, ti leccherò, ti berrò, ti entrerò… ti piace?” Che fatica! Dico riuscire a farti entrare quando sei abbacchiato e non sai perché, che è la prima volta che ti succede e che forse ti eccito troppo e che la prossima volta andrà meglio e invece la prossima volta è uguale e allora lo stress, l’inquinamento, l’ICI e il traffico e tua moglie che non dorme perché ha i calori e i figli piangono. Però dopo due ore accade che ti siedi tranquillo al tuo tavolino con quello spettacolo di monitor davanti e puoi ricominciare la recita. Ho letto: “la vita non è solo internet, per fortuna c’è anche il computer” che illuminazione, persino i grandi intellettuali del secolo scorso avrebbero faticato a rendere in maniera così chiara e innegabile la nostra realtà. Già perché poi, appena il collegamento è avviato, inizia la trasformazione. Eccoti! Una meraviglia, l’uomo vero, il duro dal cuore tenero e il membro grosso che (ma guarda che culo) desidera proprio te e non ha mai conosciuto una donne speciale come te, unica come te, un sogno come te. Bella, anche se non ti ha mai vista, intrigante e sexi, intelligente, acuta, simpatica, spiritosa, divertente, agile?, invertebrata, inesauribile, indecifrabile, enigmistica (eheh), minaretica, che ti farei i capezzoli così, con le mani così, con le labbra così e la gola e lo stomaco e la messa in piega ai capelli. Godi? Certo che godo. Infinite ore a raccontare favole di notte, come solo Sherazade conosce e che a pensarci bene le Mille e una notte mi pare il prototipo intelligente della chat. Resta che ad un certo punto la voglia sale ti porta ad organizzare il primo incontro: LUI «Che emozione, oggi ti vedo, mi tremano le gambe»; LEI « Sarà bellissimo»; LUI «Sai ti immaginavo proprio così»; LEI «Davvero? Io proprio no». Così inizia la separazione devastante degli universi, tu che non capisci che sono delusa e non so come uscire da questa situazione e per di più mi fai il moccolone sputando salivazione esagerata e complimenti, dello stesso genere. Bene, qui entra in scena l’archetipo maschile che mi riconosco e metto in piedi un favore a te e una buona azione per me, per cui ti lascio fare. Aspetto che inizi la tua esplorazione, accaldato, rosso, indeciso, tentennante e mentre aspetto mi vengono in mente tutte le cose che mi hai scritto e che qui non ho nemmeno il coraggio di ripetere tanto mi avevano devastata e resa sicura del tuo istinto animalesco, ferocemente maschio che, mentre aspetto, sta andando a farsi fottere (beato lui). Dopo un po’ affranta, invento una disperata respirazione bocca a bocca, ma la situazione è drammatica, pietosa o meglio, commovente comunque fra gli affanni e le rincorse, arrivi in paradiso. Ma la questione è un’altra, che magari a tutto questo si potrebbe porre rimedio ingerendo la mitica blu per buona pace di tutti i titubanti del mondo, il problema serio invece è che quando questa triste storia si conclude (in tragedia, per me, ovvio) raggiante parti con una sviolinata sulle tue, ineffabili per la mia maschia e insensibile sensibilità, doti amatorie. Così rare al giorno d’oggi. E ricominci a incensarti, imbottito di quella insensata boria che ti convince della tua magica prestazione, un recupero sinoviale del miraggio, della fantasia che spera nella realtà. Io ti guardo, stupita e mentre lo faccio mi chiedi «Ti è piaciuto?» (Gaber sussulta) poi continui senza aspettare la mia risposta «Una donna come te merita un uomo vero, come me». Svengo. Per questo ho cambiato idea e mi sono messa il pigiama, ho acceso la televisione e aperto una birra, ti mando ancora un sms ma questa volta non cerco di essere sincera, nemmeno delicata, faccio quello che ti piace: – carlo caro, questa sera proprio non posso, e’ esplosa la lavastoviglie investendo in pieno il frigorifero, sono al pronto soccorso - Risposta: - Tesoro mio non ti preoccupare, tu pensa a loro, ti sono vicino, come sai -
Ma che due maroni, dice il mio amico romagnolo, lui sì che è un fico, questo lo devo riconoscere.
CrucisCRUCIS
Non ha movimento il corpo di donna ripiegato nell’angolo buio della stanza.
I due tortores, lì accanto, hanno il respiro grosso. Dell’attesa. Tipico di una esaltazione alienata che per essere goduta appieno deve ancora trovare la sua dimostrazione concreta. Solo i gesti nervosi delle loro mani e gli sguardi complici che si scambiano sottolineano il fatto che quel lavoro non è finito. Una pausa prima della risoluzione finale. L’esito ultimo di un programma che si sta avviando alla conclusione.
Lei tiene le mani abbandonate contro le caviglie nude e livide che conservano i segni dello scontro. Anche i suoi occhi, ora chiusi, tradiscono, nel loro spasmo, il dolore dell’aver visto troppo. Tra le spalle piegate, il collo compie una curva su se stesso, marchiato da due strisce bluastre che sembrano una catena. Segni di percosse pesano anche sulle braccia e le cosce; e i piedi si ostina a tenerli piantati sul pavimento, come fossero un baluardo da contrapporre alla paura. Per questo le vene della gamba dalla caviglia attraversano il collo del piede e gonfie s’infilano nella pelle chiara fino alle dita. Alluce, Illice, Minulo. Non ricorda gli altri. E’ questo che sta pensando quando inaspettata una mano l’afferra per il gomito e la trascina sul pavimento fin sotto la luce, al centro della stanza.
PRIMA VOCE (Edore)
Sono Edore, io che non svelo. Caduta fra le sue braccia nell’inganno di saperlo uomo. Prostrata di fronte al desiderio di quel corpo che sentivo vivo dentro me. Io, aperta , braccia e gambe, che del mio sesso feci giustizia immolandolo al sacro vincolo dell’esistenza. Dove in ogni corpo ho sempre riconosciuto il suo, oltre la carne e tutti i sapori che ho sublimato. La mia lingua ha testimoniato i suoi sapori, tra gli altri cercati e goduti solo perché lui era lontano, distante, distratto. Ho aperto la porta del supplizio e dello strazio dei sensi ho fatto estasi, sprofondata nel desiderio di essere strumento di quelle mani che hanno stretto i miei seni fino a berne voluttà. Ogni mia soglia era per lui così che potesse farne uscio ed entrare e uscire al tempo dei miei orgasmi. Liquida la mia anima adagiata fra le sue oscenità ha viaggiato negli abissi, facendo marea la pelle e arco del corpo. Non trovai mai altro amore che il suo e di questo feci il mio danno. L’alterazione di ogni altro volto nella distruzione di ogni amato che non fosse lui. Ho vagato la terra, leccandone lo scempio, per cercare solo di liberarmi da questa ossessione. Sconfitta tornai a lui che non mi volle più dilaniata dal desiderio, ma serva del suo non senso.
L’applauso parte incerto per divenire, dopo poco, una esortazione convinta. Poi s’affievolisce. Qualcuno si schiarisce la voce per non doverlo fare durante la rappresentazione. Quando anche quel leggero brusio s’interrompe, il teatro resta muto. Per questo il direttore d’orchestra apre le braccia e lascia la sua bacchetta vibrare in aria verso i musicisti e loro devono aver compreso perché la melodia si dispiega e prende forma. In platea qualcuno si sporge per osservare meglio, mentre dai palchetti, in galleria, tutto appare nitido e chiaro, anche se la vittima è ancora sdraiata a terra. Indossa una veste chiara, lacera e macchiata da sporco e sangue. Una spallina è stata strappata, forse nel tentativo di tenerla ferma quando aveva provato a reagire. L’altra è appoggiata alla spalla e impedisce al tessuto di mostrare i seni. La melodia accende il teatro e lei improvvisamente si dimena come in preda al panico e sbatte più volte la testa sul pavimento. Una specie di ululato si alza tra gli spettatori, un grido di disapprovazione, di rabbia. Incitano i due uomini a fare qualcosa per impedire che lei si faccia male prima del tempo. Allora uno dei due le pianta un ginocchio sulla fronte e le blocca il capo a terra. Poi le lascia voce.
PRIMA VOCE (Edore)
Si può vivere come ombra di un sogno mai avverato? Questo fui ai suoi occhi, l’illusione di un amore che in se stesso prendeva forma e sostanza, fino a scindersi e assumere sembianze di dea. Un fantasma immaginato donna, una totale trasfigurazione che astraeva la realtà negandola e confinandola nell’inimmaginabile. Solo ai suoi occhi. Non ai miei. Perché avevo armi affilate e le mostravo impavida e certa che non fossero confuse con i giunchi e le ninfee. Lo inventai saggio e spazioso da poterci mettere dentro il dubbio. E l’ho amato senza consuetudine, giorno dopo giorno, ignara del suo cancellare di me ogni passo, nell’idea che l’unico movimento possibile fosse quello da lui designato. Così che senza posa m’indicava la strada al pensiero, al sentimento, all’eros, come fosse da me spontaneamente intrapresa e non quella da lui imposta. La violenza non traspare sempre con la ferocia che sappiamo riconoscerle, per questo tornai. Sapendo di essere altro e sperando che prima o poi lui se ne sarebbe avveduto.
Il sangue rappreso intorno agli occhi forma una cortina densa che le impedisce di mettere a fuoco la scena. Così come la luce fastidiosa che ora le è addosso la costringe ad aprire e chiudere più volte le palpebre. Eccola mischiata al puzzo di sudore dei suoi vessatori, confusa a quello dell’alcol che hanno tracannato prima di alzarsi dalle loro sedie. La trave le oscura gli occhi come un sipario. Improvvisa. Causando un inatteso bagliore. Una cecità luminosa che in pochi secondi viene risucchiata dall’ombra che subito dopo l’avvolge. Un nodo gonfio che le cinge la nuca. Le mani, ora più di due, le afferrano polsi e caviglie poi la stirano aprendola. Una sottile X, quel corpo dilatato. Scosso e seminudo, delicato come di bambina. Cerca di ribellarsi voltando la testa da una parte e dall’altra fino a sollevarla.
PRIMA VOCE (Edore)
Io, Edore, ho cavalcato le mani per pregare in silenzio, ho cercato il vero oltre la forma per dare a lui la mia sostanza, io che ho fallito. Fallito perché la sua perquisizione non contemplava me, ma solo l’idea che aveva plasmato di una me mai esistita. Lui ha amato solo se stesso attraverso i miei occhi, tra i seni che stringeva, nelle labbra che succhiava. Che l’amore fosse vessazione, l’inganno del suicidio, non potevo immaginarlo. Io la sua immagine riflessa per questo ora trucidata. Perché lui possa salvarsi. Io, Edore, negata al mondo perché solo per lui potevo profumare di buono. Condannata dal corpo amato all’amore che non ho mai compreso. Ho tradito me per prima, questa lei inadeguata ai miei stessi occhi, cercando il moto continuo del mare nelle mani di altri uomini. Affamata del tutto e attraverso il tutto, del nulla. Parte di mille parti diverse. Mai unica né bella, mai doma nel suo andare ingordo, eppure arresa al cospetto di colui che ne faceva pasto.
E’ una sorta di gabbia quella che lo cala dal cielo. Tre pareti di sbarre ornate da drappi di tessuto viola e rossi. Scende come un demonio con le braccia aperte e le mani aggrappate al ferro. La tunica è nera come il cappuccio che indossa, senza occhi. Aspetta il tripudio per togliere la maschera, e l’ovazione dei suoi proseliti non tarda a farsi sentire appena tocca terra. Le esortazioni, come grida ossessionate, non accennano a placarsi se non dopo sfilato il cappuccio. Il viso spigoloso e senza espressione sembra quello di un fantoccio a causa forse della folta chioma che gli scende sulle spalle. Gli zigomi forti danno risalto agli occhi talmente chiari, bianchi. Il cielo sopra il teatro si è fatto buio e la scena ora prevede una luce forte e potente a inquadrare il protagonista. Lui è ancora fermo con le braccia aperte e solo quando tutto intorno è silenzio le abbassa. Scende e subito dopo la gabbia risale cigolando per lasciare spazio ad un thronus coperto da un baldacchino di pelle nera. Si siede lanciando uno sguardo feroce verso la condannata che è proprio di fronte a lui.
Le luci ora inquadrano i due tortores che, muniti di scudisci, obbligano la donna fuori dalla scena, trascinandola via. Ricompare dapprima il suo capo, i capelli lunghi e scuri che graffiano il pavimento. E’ piegata sotto il peso del patibulum che quasi le sorregge le braccia. Pare squartata tanto il suo petto è stirato da quella posizione. In platea è silenzio, il direttore d’orchestra concentrato fa smorfie con la bocca mentre lei si muove e avanza. Il mento appoggiato allo sterno per non guardare. Sembra diversa ora a guardarla bene e anche il pubblico se ne accorge. Il suo sguardo è potente e diretto e lei sembra aver recuperato energie e perso la paura. Si aggiusta alzandosi sulla schiena, come una sfida. Sejus incalza l’accusa questa volta alzandosi in piedi e prendendo voce.
SECONDA VOCE (Sejus)
Sentite? Lo sentite il canto della sirena? Ammalia il cuore dell’impavido che non resiste e schianta. Un canto dolce e calibrato, che ho riconosciuto colare come miele nel profondo delle viscere e risanarle da tanto solitario vagare. Per questo mi persi in lui. Evadendo dal mio stesso corpo per divenire unica essenza con quel dolce veleno che mi inabissò elidendomi nel mio stesso sentire. Sembrava vangelo, quel canto e così mi prese forma nelle vesti di colei che oggi vi è di fronte, arrivata per darmi annuncio al solstizio d’estate, come un angelo di dio. Blasfemo e vizioso, nascosto nel verso che l’Upupa regala al suo amato. Amare e amore. Per questo sembrò facile rimbalzare. Per questo non ci fu speranza. Per questo fui arreso al desiderio di morire. Ma come può arrecare tanto danno al cuore il solo trapasso di un suono?. Amore. Una colata di cemento tra le fronde. Questo fu, questo è stato e così è. Fino a condurmi nella confusione. Menzogna o verità, ferocia o dolcezza? Le ho dato il cuore, credendola gazzella, indifesa creatura dalle braccia lunghe e gli occhi profondi. Senza accorgermi che non erano braccia, le sue, ma le dieci, cinquanta teste di Idra ad irretire ogni mio gesto. Ed io, poco scaltro, puro ad accettare di lei ogni pianto, ho consumato tutte le ore nell’attesa dello scoglio tagliente o delle sue lingue appuntite che mi offuscavano gli occhi. La vidi Madonna, aspra e sofferente, Musa che del mio amore faceva Arte e solo troppo tardi Medusa dagli occhi di ferro. Per questo le affidai la vita. Divenni sua vita.
Per gli spettatori intervenuti, nessuna ribalta solo contorno scenico, l’apparato mentale, il disagio acustico nel quale sono costretti a muoversi. Per questo risulta piacevole e confortante. E’ lì che si rifugiano quando non vogliono capire. Un pubblico mai chiamato in causa, nessuna giuria popolare ma solo voce di una coscienza convocata per uniformarsi al già stabilito e deciso. Perché qui l’ordine è inverso, non serve cercare il colpevole e stabilire la pena che segue una condanna, il titulus è chiaro persino nelle sue inesistenti motivazioni. Qui pubblico e attori non hanno obbligo di farsi un giudizio ma solo quello ratificare l’operato del potere che li guida. Per questo ascoltano silenziosi.
SECONDA VOCE (Sejus)
Fu questo fare insidioso, l’ingannevole arte dell’affabulazione, il gioco della menzogna, l’abilità di creare false realtà. Arrivai a non avere più olfatto che per il suo odore. Una vera ossessione. Lei era ovunque. Il mio letto aveva il suo profumo del mattino al mattino, quello della notte alla notte, quando il buio mi faceva delirare per la sua mancanza. Poi la vedevo materializzarsi. No, non materializzarsi, lei giungeva, vera. Reale. Mai un sogno. Per questo sentivo le sue mani scorrere sulla mia pelle e le mie labbra offerte alla sua carne. Quando livide si appoggiavano mai sazie di nutrirsi di lei e impastarla col sangue, nei denti, nel respiro, in ogni suo sussulto. Montava i miei fianchi, come appesa alle stelle, cavalcando instancabile i miei umori, aperta si legava a me come in un convito senza fine, dove io morivo fra le sue viscere per rinascerle dentro, carne della carne, vita della vita. Perso nelle sue danze per ore mi destreggiavo mescolarle i sensi. Nutrendomi e continuando a bere di lei da ogni bocca fino a lasciarle ogni mio bene scendere nelle sue gole e divenirne parte. Per lei il mio corpo era uomo. Solo per lei. Per lei sola.
CROCEFISSIONE
Affondano nel silenzio del suo volto contratto, i tortores, lontani dal sentire l’anima che fugge, tra i quarti della luna. S’infila il raggio a ogni chiodo e illumina Edore che combatte il colpo. Due, tre strisce di cuoio, il flagellum incalza, le mani si legano al legno, modulazione di sostanza che cresce e si gonfia nell’attimo esatto in cui i piedi perdono la loro terra. Abbandono dell’archetipo ventre, l’eterno sorvolare nel dolore, la sua leggerezza. Non è ancora icona del reo, ma la sua trasformazione e si confonde alle fibre della croce. Dal pubblico una voce grida “per stillicidia emettere animam” e lei pare obbedire disperdendosi goccia a goccia. Liquefatta. I polsi ora distesi dolgono, contratti nell’inutile sforzo di sostenere il peso e il disgusto di quattro mani che s’appropriano della sua carne. Carezzandola. Offesa lei s’arriccia, nessun piacere, solo un umore sordo che scivola tra le cosce per la paura. Uno dei due la liscia da dietro. Un colpo di vento e il profumo gli indora la pelle e il naso. L’animale s’addentra nei meandri della carne mentre il pubblico incita la violazione finale. Sono le dita che entrano e le fracassano il petto, le gambe stringono e tremano. Altre mani s’avvicinano al suo volto, una scala è stata appoggiata al legno e lui vuole farla bere, le offre la posca, l’acqua e l’aceto s’infiltrano nella sua gola graffiandola, poi mirra e vino per gettarla nell’oblio. Ma non basta. Edore sente ogni cosa. Il dolore la fa invulnerabile e anche quando è una spada a trapassarle il sesso le sembra solo di volare e chiede ancora sofferenza e sfida e grida. Così tornano a percuoterla, ogni colpo uno spasmo di piacere, gusta, assapora la morte che avanza e la minaccia col suo corpo aperto e i capezzoli dritti come spade. I suoi seni e il ventre contratti mandano in visibilio il pubblico che grida. Alcuni copulano ingabbiati in una spirale che li risucchia, simulano il verso. Altri si sfiorano ferocemente, altri ancora ghermiscono i seni delle donne che hanno accanto, stracciano le loro vesti. L’orgia sale in un delirio di sangue e morte, di violenza appagante.
Edore disperde i suoi umori nella terra, prima di lasciarsi al mondo, addomesticata solo dalla morte. Edore in croce, sedotta e profanata. Edore e il suo ultimo verso.
SECONDA VOCE (Sejus)
Ha sempre negato la verità del suo amarmi negandosi. Per questo caddi. Perché non avevo occhi che potevano conoscere il suo male. Lei che io credevo Madonna si fece Idra. Idra. Tante teste quante le sue facce che sorridevano fedifraghe al mio sentire. Io che non dormivo più, non pensavo, non avevo altro che lei nel mio desiderio. Lei e la sua verità, la sua gioia, il suo vivere, il suo cadere. Ne ammiravo ogni gesto, grato al fato di averla fatta per me. Ho trasformato tutte le ancelle in ogni suo sguardo, corpi che sognavo fossero il suo. Ingannandomi miseramente, perché quel profumo non ero io a riconoscerlo, bramarlo, ma ogni parte di me. E se a fatica, riuscivo a illudere i miei occhi, mai fui capace di plagiare la mia carne che cedeva miseramente ogni volta che in questo letto non era lei. Dal giorno in cui la vidi non mi sono più nutrito se non dell’idea del volerla con me per secoli. Quel mio corpo, mio e solo, di bellezza e interezza, corpo d’olio e oro che sazia la fam, l’unico di cui cibarmi, il solo fatto per essere da me maneggiato e annusato. Carne e orgoglio da mostrare al mondo o fosse anche solo a me stesso, per scoprire di essere degno di vivere la vita. Mi sono macchiato dell’infame delitto della presunzione, colpevole per aver presunto la possibilità di essere libero di amare, senza condizionamento e senza confine. Amare oltre l’amabile, al di là di quanto sia possibile farlo. Amare le sue carezze e desiderare i suoi baci, io che esisto solo perché lei esiste e respira. L’ho seguita da lontano, sorvegliando i suoi altri amori, ascoltato le sue bugie come fossero verità io che l’amai di un amore struggente e solido che avrebbe sfidato le tenebre, ora pretendo la sua anima per sprofondarla nella notte. Godo nel farlo a te creatura subdola che non meriti vita. Mi estinguerò di questo amore come la morte. Morto.
Si alza dal suo trono e si avvicina al corpo di Edore. Lecca, lambisce la sua pelle, la tocca, la implora. Poi tace. Nel teatro ora c’è solo silenzio. Un silenzio vivo che non vuole spegnersi. Palpabile. Una sostanza che si appiccica alle vesti, all’ansimare del pubblico esausto, allo specchio delle telecamere inebetite, del regista stravolto e di tutta la stampa che, domani, non avrà nulla da scrivere. |
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