Cristiana Morro...'s profileWindows Live Spaces di c...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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April 26 Il conoE’ quando mi ospito isolata tra la fine del letto e i piedi chiusi al contatto che imparo lo schianto, l'affilato battito del mento per il tuo odore che non pesa ma si fa provenienza da incanalare nella spirale di un verso tagliato, così mi trasloco adagiata tra le ombre nude che occupano lo spazio equivoco nel cono di ogni tuo rimpianto. April 17 La cagnaL’importante è imparare a sedersi comodi. Postura. Stazione. L’atteggiamento giusto per trovare le parole da scrivere. Nella mente. Perché progettare è complicato. Figuriamoci un pensiero. Struttura e senso. Sembra uno scherzo. Cercare la posizione. Come una cagna che ha desiderio di sdraiarsi. Questo avrebbe pensato se gli avessi concesso ancora parole.
Non concedi parole perché fanno male, perché quella catena al collo non sei riuscita a spezzarla mai. Cagna. Costretta a vivere vicino alla tua cuccia. Quattro assi per tetto. Una carezza ogni tanto. In attesa. Di quali occhi? Stappi una birra. Prepari due bicchieri. Anche se ora di due non ne hai più bisogno. Due. Per abitudine e per ricominciare a muovere la coda di felicità. O forse è solo fame. Ombra e silenzio. Irreale. In questa stanza che non esiste. Respira. Chi? Qualcuno accanto alla cuccia dalla quale guardi il mondo. Non era quella la mano che volevi ti accarezzasse la testa. Pat, pat. Brava la mia cagnetta.
Tre stanze troppo piccole per contenere tutto quello che senti dentro. Ti muovi come a creare aria. I piedi nudi premuti sulle piastrelle. Prima il tallone poi tutto il freddo, fino alle dita. In piedi attraversi porte, solo tre in quella casa. Ma ad ogni soglia superi un confine. Vorresti sederti perché hai bisogno di farlo. Invece non ci riesci. Come se le gambe chiedessero verticalità per lasciare fluire il sangue.
Dalla camera da letto la luce soffusa di una abatjour, il libro sul comodino è a metà. In ogni angolo di questa casa ci sono libri. Quelli che aspettano pazienti di essere letti e quelli soddisfatti per esserlo stati. Rapporto morboso il tuo che li centellini come una buona grappa. Un sorso da tenere sul palato, nella lingua e poi lentamente lasciare scivolare giù nella gola. Pagina dopo pagina, riga dopo riga. Come tutte le parole ingoiate e mai digerite. Perché trattenute sullo stomaco. Sulla schiena, tra la nuca e la cervicale. Pesano e per quello sanno di stabilità.
Invece nella vita tutto ti scivola via. Perché il dolore va evitato. Terapia consolidata. Negli anni. Lunghi, in cui non hai fatto che fuggire. Ora però che il tappo è aperto, la bottiglia s’è rovesciata sul tavolo spargendo in tutta la casa un odore acre. Di paura e sudore. Del fastidio di questo silenzio fasullo. Sarà a causa della sera, quella sinistra oscurità che ti fa sembrare il divano un promontorio scuro e la sigaretta accesa un faro nella notte. Arde e illumina. Poi s’eclissa. Come il rumore, o l’ombra che ti spia ma che non riesci ancora a vedere proiettata da nessuna parte. Che si muova? Succede anche con gli oggetti. Presenza ossessiva che pesa. Di curiosità. Ti accucci. E’ troppo tardi per temere di aver dimenticato un ospite fra le pareti. Aspetti. Il suo passo falso.
Ombre e sguardi. Rumori. Eppure sei sola. Di questo puoi essere certa. Hai fatto il giro delle stanze fiutando l’aria e riconosciuto solo il profumo di Rosa, la vicina, dolce, al mughetto, inconfondibile; mischiato a quello del suo arrosto. Lo hai riconosciuto perché ha invaso la tromba delle scale e poi si è infilato sotto la tua porta per farsi badare. Rosa cucina sempre il sabato. E’ il giorno del disprezzo. Il sabato arriva il suo amore. Anche un mese fa, quando ha dovuto chiamare l’ambulanza e quasi non entrava nella lettiga quel poveretto tanto è grasso. Rosa ti aveva guardata, ancora inchiodata alla porta del suo appartamento, con il cucchiaio di legno in mano sporco di sugo, nell’altra un tubetto di sonnifero, vuoto e il suono del suo addio mancato. Oggi è un altro sabato. E in quell’appartamento devono aver smesso di giocare con la morte. Magari per un po’. O forse Rosa ha deciso di restare, per paura che lui ingoi ancora un tubetto di veleno e le sporchi il pavimento di vomito e succhi gastrici. E’ per questo che cucina anche se avrebbe voluto mandarlo via, cucina e sorride anche se ha il coltello per il pane in mano e si aggiusta la messa in piega; anche se vorrebbe ficcarglielo nello stomaco. Liberatorio. Perché l’ossessione non si trasformi in mania e la disperazione in dipendenza. Invece ha deciso di salvarlo. E’ per questo che non si perdona.
Spegni la luce e ti lasci scivolare con le spalle attaccate al frigorifero. Protetta e ripiegata taci qualsiasi ipotesi. Senti il suo sguardo fisso insinuarsi tra piastrelle della cucina e tirarsi in piedi, materializzato, lì. Proprio di fronte a te. E’ stato meno di un brivido eppure la tua pelle l’ha accolto, come fosse una abitudine. Invece no. Perché appena apri gli occhi, lo vedi e non lo riconosci.
Piatto e fisso come un orologio appeso a terra. Sdraiato. La bocca è aperta. Ne avverti il respiro. Ritmato. Un suono regolare, come un battito cardiaco. Ma non è cosa di cuore. Profuma di metallo e di morte. Di merce invenduta, gettata in un angolo della strada. Ruggine e sporco. Tutto il puzzo del rancore che ti tiri dietro da tempo. Tempo. Lo sguardo. Fisso. Tic, tac. A incrinare le tue certezze. Tutto ciò che si muove e trasforma.
Tu che lo hai sempre aspettato. Fedele. Anche se l’analista non è d’accordo e dice, meglio prendere delle gocce che ti diano una mano, che tu sei il camaleonte. Cambi. Tu. Non il tuo padrone. Per questo hai una collezione di collari diversi. Dipende dai collari. Non dal tuo umore. Umore. Sudore, umido. Come il ristagno che senti dentro. Cagna. Che devi avere sviluppato un buon olfatto riuscendo a fuggire da quel pantano in cui ti eri incastrata. A forza di puntare il naso. Morto. Tu viva. Costretta nei luoghi comuni. Gabbie senza sbarre. Pensavi fossero di ferro, invece ora sai che esistevano solo perché eri tu a volerle vedere. Per forza. Per questo ti ribelli e strappi e la collottola si riga di rosso. Perché lo sai che il padrone ti frusterà a sangue. Non sei stata buona. Sii buona. Cagna spelacchiata che ringhia mostrando i denti. Al muro. Piatto e bianco.
Quelle gocce devono farti male. Perché ora avverti anche il profumo dell’ombra. E sai benissimo che le ombre non hanno odore. Come quella che ti scaldava la cuccia mentre latravi e scambiava il tuo dolore per l’apice del piacere. Brava cagnetta. Pat, pat. Che gode dieci volte. Finta. Perché ti sei addestrata bene. Ubbidisci. Questo è importante. Rassicurante.
Rassicurata quando si è avvicinato, ti sei accucciata, come una cagna sotto un temporale. Tic, tac. E non erano boati o fulmini ma gli ordini scanditi dalla sua voce. Forte, chiara, potente. Nelle orecchie. Devi averla combinata davvero grossa. Avresti voluto scappare. Ma le tue zampe si sono rifiutate. Sottomessa hai aspettato la pioggia. L’acqua primordiale dove tutto ricomincia sempre. Reversibile come il tempo mitico. Tu solo una cagna. Violento il calcio ti è arrivato sul muso, sgranandoti i denti. Uno scarpone da lavoro. La punta d’acciaio. Stordita. Hai fatto finta di essere svenuta. Perché dovevi guardarlo in faccia. Che si avvicini pure. Tic, tac e il manico di legno ti scavava il palmo della mano tanto lo strizzavi con forza. Forza. Quella dell’istinto che cerca il momento giusto. Sentivi il suo fiato sulle palpebre, i suoi muscoli tirarsi per assestare ancora un colpo, quello definitivo. Sei vecchia, non servi più a niente. Avevi aperto gli occhi e mostrato i denti mentre il braccio glielo ficcavi nello stomaco, la lama aveva penetrato la carne molle e sorpresa, senza sangue. Hai continuato a guardarlo mentre il coltello girava e modificando il suo percorso raggiungeva il petto. Una voragine che scodellava fuori l’intestino. Pallido rigurgitava sangue maleodorante che ti scaldava la mano fredda. Non ti sei fermata. Hai continuato su, fino all’osso. Fino ai sussulti, gli scatti del corpo che perdeva vita. Fino allo sbotto di sangue dalla sua bocca che hai preso a leccare. Liquido caldo e familiare.. Allora lo hai amato. Quando è piombato a terra, peso morto e gli hai aperto lo stomaco affamata da metterci dentro il naso. Odore di morte di vita. E ti ansimava il petto e finalmente stavi godendo come non avevi potuto mai.
Tic, tac. Il tempo passa. Anche questo sabato. Il tempo. Memoria cancellata. Attesa che non attendi. La tua è giunta al termine e chiede conto e come Parmenide minaccia una realtà eterna. Illusione ogni tentativo di spostamento. Anche il metro di catena che ti stringe il collo è d’accordo.
E’ una lunga notte questa. L’orologio sorride. Tic, tac. E tu apri gli occhi nell’attimo esatto in cui ingoi una manciata di pasticche bianche. Tonde che sembrano un pappone appetitoso. Di carne viva. Per te, cagna morente, che non mangi ormai da giorni.
Senti il movimento entrarti nelle ossa. Il prima e il poi che si fondono. Tic, tac. Armonia di suoni sempre uguali a loro stessi. Come i fatti della vita. Come Rosa e il suo martirio che ora fanno l’amore sul tavolo della cucina. Come i collari che ti cambiava ogni giorno e quella catena che non ti stringe più al collo. April 12 ArrivoArrivo nella tua immensa città, cane affamato di te che con le dita disegna la pelle. Arrivo. Entrami nel cuore di questo vento acceso fra i vicoli e la carne dove trovare la storia la tua storia di uomo Vento tra le tue cosce, mani sulle tue ciglia. Arrivo. Tra le parole narrate ovunque, le frasi indecenti e gli occhi nei tuoi occhi una tre mille volte. Arrivo ad accenderti i lampi. Sono lanterne per chi desidera fontane che bagnano la notte nel resto del tempo che guarda questa città distesa fra le tue mani e il fuoco delle tue bocche Bruciami tutto il mondo Sorrisi incendiari ho in serbo per te. tic tac April 11 La colpaInabissami e non desiderarmi sognami e poi maledicimi sputami e lisciami con la lingua assaggiami e mordimi scarniscimi
che di me ti resti la colpa. April 02 Dodici oreAveva pensato che fosse freddo nella stanza divelta dalle sue braccia e che l’inverno giunto senza pazienza improvvisasse le ore corte del giorno
per questo rovistava tra le labbra tre sillabe di senso compiute nel grido che aspettava la notte
al suo profumo dedicò nove scintille accese quelle che aveva conservato tra le cosce per una vita che attendeva di bruciare
quando ogni rumore fu rinchiuso nella bocca la sua candela illuminò l’alba dentro
tra le pareti di un gemito antico come quelle mani aperte dentro sé.
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