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    March 30

    Tu boca

    Tu boca

     

    C’era una bocca.

    Una bocca rossa. Rossa come se fra quelle labbra fosse stato acceso un fuoco.

    E c’erano occhi.

    Occhi grandi e scuri. Scuri come il vuoto.

     

    Tu non avevi preso precauzioni.

     

    Invece sarebbe stato meglio esplorare l’ambiente in cui ti trovavi, quantomeno per orientarti meglio, trovare punti di riferimento precisi.

    Quantomeno.

    Ma non l’hai fatto, distratta dal freddo che sentivi entrare nelle ossa, e da quel fumo che usciva dalla tua bocca per ogni respiro.

    Anche da quella bocca. Rossa.

    A tratti pareva anche dagli occhi.

     

    Le mani bloccate dietro la tua schiena erano congelate.

    Avresti voluto muoverle, avresti voluto scuoterle e riscaldarle.

    Ma sentivi solo il contatto col metallo freddo di un bracciale che hai preteso per entrambi i polsi.

    Il tuo regalo di compleanno.

    Ti era subito sembrata una buona idea, te che non ti fermi mai, te che così ti obbligavi a restare.

     

    Hai anche pensato che quella bocca, vicina ai suoi occhi scuri, non sapesse bene di te.

    Per questo non hai avuto paura.

    Ma ora, mentre senti stringere il bracciale ti accorgi del ghigno che si forma tra quelle labbra.

    Così attendi il sibilo sapendo che arriverà. E’ la pausa tra l’atteso e l’imprevisto che ti affascina; quel tempo di sospensione in cui non puoi mostrare nemmeno il tuo profilo.

     

    Incastri il collo tra le spalle senza riuscire a sottrarti a quello sguardo che non perde nulla di te.

    Registri, analizzi e archivi.

    Possibilità. Possibilista tu, che non sai bene nemmeno i contorni del tuo ritratto.

    L’esatto tratteggio dall’inizio alla fine.

    Scolpire la statua a partire dalla materia sarebbe inutile se l’espressione non si traducesse in ciò che realmente sei. Allora scalpello e pazienza e cura certosina per ogni particolare.

    Anche per quello che non hai mai avuto il coraggio di svelare.

     

    Anche la battaglia tra la terra e i tuoi piedi si va facendo fastidia, bloccati pure loro perché diversamente, pensi, non sarebbe stato equo.

    E la terra ne approfitta.

    Quasi volesse inghiottirli tanto li lustra con la sua lingua depressa.

    Formicolano, ma non si dibattono i tuoi piedi, non possono farlo.

    Hanno solo pietà delle tue gambe mescolate a quelle della sedia sulla quale ti sei sistemata perché hai fatto tutto da sola tu.

    Prima loro, uno alla volta fermati dalle mani libere, poi  le mani, contemporaneamente, un solo scatto a unirle come in una preghiera.

    Preghiera per te, anche se non sembri una santa, seduta con le gambe divaricate e le mani incastrate nella schiena. Il viso potrebbe ricordare quello di un Cristo rappresentato da un pittore fiammingo. Allungato. Ma l’aria rarefatta e l’oscurità che volutamente hai cercato denunciano un altro fine. Non la rappresentazione dell’osceno denudare il tuo corpo, non solo,  qui c’è di mezzo l’anima.

    Per questo ora ti agiti e dimeni. Indemoniata. Nemmeno per sogno.

    Solo che è giunto il momento di mettere in atto il piano.

     

    Hai freddo e questo ti tiene in vita.

    Come il conato che senti salire nello sterno insieme a un liquido amaro che ti  scortica la gola. Non lo reprimi e il tepore che si lascia dietro, mentre scivola sul collo, tra i seni fino al ventre lo percepisci come un sollievo.

    Niente da trattenere anche se non è dello stesso parere quella bocca rossa che insinuante ti dice in faccia la verità: tu stai solo prendendo tempo.

    Non ti compiange, nemmeno gli fai schifo è solo distante da te. Dal tuo rigurgito, dal freddo che ti paralizza le braccia, dalla tua aria implorante che a fatica, lei riesce a sopportare.

    Perchè lei sa tutto.

    Così come i suoi occhi scuri.

    E tanto le basta per non lasciarti via di scampo.

     

    Ora fai fatica anche a sollevare il capo. La pelle si è tinta di un colore bruno, violaceo, livido come il neon di quella sala d’attesa, dove avevi pregato che le cose fossero diverse da come le avevi immaginate. Stessa sensazione di quel giorno. Un brivido piatto insinuato fino in fondo al petto che premeva verso l’esterno a tendere tutto il tuo corpo in avanti.

    Avanti.

    Sempre a guardare al domani con la stupida consapevolezza che il passato fosse fonte di stabilità. Stabile come la sedia alla quale incatenata ora ti senti sorella. Perché tra poco anche il tuo corpo sarà inanimato, nessuna percezione dall’esterno. Una interiorità vincolata che dovresti sputare fuori come il vomito che gocciola sopra ai tuoi piedi.

    Il passato non esiste.

     

    Ti aggrappi all’immagine della bocca che hai di fronte, una caverna da evitare.

    Ti aggrappi e butti fuori tempo e storia.

    La tua missione, anche se non hai bisogno di scavare nulla. Tutto è già in superficie, chiaro, affiorato da sempre; solo che non avevi avuto voglia di guardare.

     

    Non badi a spese e compri.

    Compri una bella mattina di ottobre, un marito e un figlio nello stomaco che non ha chiesto di vivere, i baci dei parenti, il reparto maternità e quanti bei fiori, pannolini, biberon, il primo giorno di asilo, Dio che bella coppia, dove andiamo quest’anno in vacanza? Dai amore non ti preoccupare, tutto passerà, facciamo un altro bambino, le rughe aumentano, anche le lontananze, un giorno ti senti brutta, Massimo ha gli occhi belli, un caffè  cosa vuoi che sia, una pazzia, rinsavisci e ricominci. Bollette e pensieri, il pediatra e la mammografia che dopo i quarantanni è obbligatoria, hai i capelli bianchi, due volte al mese dal parrucchiere. Dove sei? Non risponde, così ti accorgi che anche Enrico è una piacevole compagnia. Morale, principi e valori, al fondo di un letto che non è tuo, ma che ha perso ai suoi piedi la tua camicetta e il reggiseno. Non ti umili e non ti arrendi, è solo una spinta per andare avanti e richiami. Perché non rispondi? Il lavoro, sono stanco, ho mal di testa, dove andiamo stasera dai Trodini? Vai a letto che io tra poco arrivo. Non arrivo.

    E’ preoccupato, sai i fatti della vita. Così Marco stasera ti porta a cena. E tu pensi di galleggiare e non ti accorgi che stai affogando.

     

    Non

    parli

    più.

     

    Per questo non è in soggezione quella bocca mentre i tuoi occhi le stanno esplodendo dentro.

    Mani e piedi.

    Ti pareva equo, ma avresti dovuto immobilizzare anche la testa, perché si sottrae e scappa dalla verità. Anche il ginocchio, fermarlo all’altro con una pressa, fino a quando le ossa non ti faranno male, e il calore si accenderà tra le tue cosce. Fino al momento esatto in cui tutto questo incomprensibilmente ti darà piacere. Gusto.

    Il sottile inebriarsi della confusione tra dolore e benessere, quello stato di quiete che nasce dal male e lo alimenta fino a trasformarlo in un placido andirivieni di sensazioni contrastanti.

    Quieto e calmo. Afono. Senza tono.

     

    Fin da piccoli ci alleniamo alla menzogna.

    Per gradi ti fai l’idea di non poterne fare più a meno e ne fai categoria sistemandola tra i compromessi.

    Rassicuranti, i compromessi, abitano il non detto, l’immaginario che quando viene accertato spianta. Perché c’è differenza tra l’immaginare e il sapere e questo lo sai bene tu che ora sei sapiente.

    E’ questo il secondo regalo.

    Meritato per il tuo essere donna, compagna e madre.

    Giusta ricompensa.

    La sapienza.

    Pienezza di cognizioni intellettuali congiunta a ineluttabili doti di equilibrio morale ed elevatezza spirituale.

     

    “Non ti amo più. C’è un’altra donna.”

     

    Ora che queste parole ti hanno elevata, spiritualmente  potresti ben sperare nell’eutanasia.

    Per questo le manette, i piedi torti e legati, lo specchio che hai di fronte e il rossetto rosso spalmato su ciò che resta della tua bocca.

     

    Tu boca.

     

    Ti suona bene l’accento. Un suono caldo e profondo come quello della voce di un uomo. Ne hai bisogno. Per questo hai deciso che il nastro adesivo non lo avresti incollato alle tue labbra. Ti sei lasciata una via d’uscita: la possibilità di urlare forte, Tu boca, con tutta la passione che hai nella carne. Lo sussurri incerta una prima volta.  

     

    Tu boca.

     

    Poi una seconda, la terza, la quarta e non smetti più.

    Le spalle si sono addrizzate e anche i tuoi occhi ora si riflettono nello specchio non più scuri e vuoti. Luce. La tua luce.

     

    Alla colpa, oggi, hai fatto cambiare aria. Questa che si respira qui dentro non è di suo gradimento perché non le piace essere mischiata ai compromessi, le solitudini, i letti vuoti, le parole spente, i passi stanchi. La colpa è donna.

    Come quella che ti ha preso tutto senza avere rispetto nemmeno per se stessa, perché si sente infallibile, forte anche se non ha il coraggio di specchiarsi nuda, immobilizzata.

    Contare le rughe.

    Aspettare il tempo.

     

    Questo tempo che tu invece stringi nella pelle e non vuoi lasciare andare perché a differenza di lei sei viva. Per questo non avverti più la costrizione di questa sedia che ora ti pare un trono, anche se non sarai mai una Madonna. Perché sei cattiva e l’energia che ti anima frutto solo di quella vendetta che sta schiantando i bracciali, divarica i ginocchi, libera i piedi e s’infila in te. Dentro.

     

    Tu boca.

    Rossa come se fra quelle labbra ci fosse il fuoco.

    Pronta a sparare.

     

    Scandalo

    Sente nella carne il pizzico

    lo stridere delle ossa che confidano

    l’implicito precetto

    distinto tra tutte le voci

    che si ammucchiano incompetenti.

     

    Solo l’analisi distorta delle sue vite parallele

    potrebbe legittimare il seno appuntito

    e pieno tra le mani ingannate

    dai falsi sospiri

     

    Troppi danni all’orizzonte

    le adombrano gli occhi

    spifferi di un desiderio esaurito

    prima di nascere

     

    Per questo se ti capitasse d’incontrarla

    potresti fantasticare sulla grazia dei modi

    e scivolare come incauta esca

    presa nell’intransigenza del suo scandalo.

    March 26

    Taci

     

     

     

    Tra le veneziane socchiuse

    s’addensa di pensieri la parete

    appoggiata alle tende

    cede alla terra gli occhi.

     

    Dietro la porta i sogni del giorno

    spessi come il settimo piano della torre

    e lei

    che cerca di non guardare

    dove tutto è piccolo

    perché potrebbe perdersi.

     

    Lei che ha parole e tempo

    e non teme la radice.

     

    Chiude gli occhi. Tace.

     

    Giochiamo alle voci così che io possa darti carezze senza mani.

     

    March 22

    La sostanza del tu

     

     

     

     

    La sostanza del suo essere

    non è scissa dalla spinta

    dei fianchi quando la carne

    ne afferra i respiri

     

    selvatico risuona

    tra le spalle il fiato

    l’ansimare ladro

    del predatore che preda

     

    rinviando gli occhi fino alla nuca

    ride dei suoi denti contratti

     

    è così sempre

     

    quando il fiume fluente

    le adorna la schiena

    e scivola tra le costole accese

    lo spazio e la mano sola

     

    astrazione e peso questo gesto

    come se ieri fosse destino

    e domani l’eterno impianto

    che non trema

     

    lei fra le sue braccia.